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Zero fondi per l’infanzia: basterebbero 62 persone per colmare il vuoto della Finanziaria


L’accesso a un nido o a una scuola d’infanzia di qualità determina le future opportunità economiche di un bambino. L’asilo, la scuola della prima infanzia, possono mitigare gli svantaggi derivanti da contesti familiari e sociali poveri più di quanto possa farlo l'università.

Bambini che giocano
Bambini che giocano

Ma non è solo una questione individuale, l’accesso generalizzato e di qualità ai servizi per l'educazione e la cura della prima infanzia contribuisce alla coesione sociale da un lato e a creare economie più forti dall’altro. Quale migliore investimento, allora, per un Paese la cui economia avanza a fatica ed è sempre più ingiusta? Un Paese in cui i salari sono fermi da trent’anni mentre il costo della vita cresce e le industrie innovative arrancano?


Finanziaria 2026: palliativi

Nell’ultima bozza della Legge di bilancio 2026, l’unico capitolo esplicito sui minori sembra essere un Fondo per attività socio-educative da 60 milioni annui: centri estivi, servizi territoriali, spazi ricreativi. Qualunque genitore sa quanto pesa sul bilancio familiare, emotivo e professionale l’assenza di questi sistemi e strutture di supporto. Tuttavia, questa misura non affronta il nodo strutturale dell’accesso ai servizi educativi nella prima infanzia. Un approccio sistematico, per cominciare, dovrebbe per esempio interrogarsi sul ruolo dei centri estivi, che sono resi necessari dalle lunghissime chiusure estive delle scuole, una pratica tra le più lunghe in Europa. Tali pause infatti, causano una importante perdita di competenze e conoscenze, con effetti più marcati nelle competenze matematiche e linguistiche, e che colpisce in modo sproporzionato i bambini provenienti da famiglie povere o poco scolarizzate, ampliando così le disuguaglianze educative di partenza con buona pace degli insegnanti che vengono ingiustamente colpevolizzati per questa situazione. Un’indagine recente mostra che quasi un terzo dei genitori nota un peggioramento al rientro a scuola, mentre laboratori estivi ben strutturati riescono ad azzerare questo gap.


Invece le altre disposizioni in materia di istruzione e merito non toccano in alcun modo i servizi per la prima infanzia. I nidi vengono menzionati nel contesto dei cosiddetti LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) ma senza nuovi stanziamenti. L’unico richiamo al sistema scolastico vero e proprio tratta di istruzione universitaria, ma lascia completamente scoperto il segmento dell’educazione precoce, quello che più di ogni altro può ridurre le disuguaglianze di partenza e con il maggior effetto positivo sull’economia in generale.


L’andamento degli ultimi anni

Del resto anche la Legge di bilancio 2025 aveva mostrato la direzione: nessuna misura strutturale sui servizi educativi per la prima infanzia. C’era stato un piccolo stanziamento (mezzo milione di euro per il 2025 e 1 milione per ciascuno degli anni 2026 e 2027) destinato ai comuni costieri di Sicilia e Calabria sotto i 50.000 abitanti, per la messa in sicurezza di infrastrutture pubbliche, comprese scuole e asili nido. Un intervento importante, ma tanto specifico quanto marginale e che in effetti ben spiega la mancanza di una visione nazionale.


Eppure con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del 2021, l’Italia si era impegnata a un investimento di 4,6 miliardi di euro per la costruzione e riqualificazione di asili nido e scuole dell'infanzia, con l’obiettivo di creare quasi trecentomila nuovi posti entro il 2026. Peccato che la rimodulazione approvata nel 2023 dal governo Meloni abbia prima ridotto le risorse effettive a 3 miliardi di euro (circa 2,4 per i nidi e 0,6 per le scuole dell’infanzia) e abbassato l’obiettivo a centocinquantamila posti,  posticipando la scadenza a giugno 2026.

Insomma, se anche questi stanziamenti non dovessero essere ulteriormente rivisti a ribasso, si arriverebbe a una copertura, per i bambini nella fascia 0-3 ben lontana dal 45%, fissato dal Consiglio dell’Unione Europea per il 2030, ma anche francamente minimo necessario per un Paese che vuole crescere.


La geografia oltre i numeri 

Ma c'è di più: dietro la media nazionale si nascondono profonde disuguaglianze territoriali. Non solo l’ovvio e storico divario tra nord e sud, con una copertura media per i 0-2 anni che al Sud si ferma al 16%, ma anche uno squilibrio intraregionale nella distribuzione dei fondi e quindi dei servizi. In Sicilia, ad esempio, la copertura pubblica è appena del 13%, con  7 posti nido pubblici ogni 100 bambini. Uno degli ostacoli più concreti alla piena efficienza del piano per i nidi e le scuole dell’infanzia è l’allocazione dei finanziamenti: non basta investire, bisogna farlo dove ce n’è più bisogno. Anche quando gli investimenti arrivano, finiscono per concentrarsi nei capoluoghi o nelle aree metropolitane, dove la domanda è più forte e le capacità amministrative maggiori. 

Neonati
Neonati

In questo modo, l’investimento pubblico rischia di consolidare le disuguaglianze invece di ridurle, rafforzando un modello di sviluppo sbilanciato che privilegia i poli forti e abbandona le periferie educative del Paese. Così, bambini nati a pochi chilometri di distanza possono ancora crescere in due Paesi diversi: uno con opportunità educative e sociali, l’altro senza. 

Se l'opportunità degli ingenti investimenti europei non è stata colta per colmare le lacune strutturali, l’assenza di nuove misure nella Finanziaria 2026 rischia di cristallizzare il divario.



L’asilo come politica demografica

Infatti se il quadro demografico italiano fotografa un Paese che invecchia, e la popolazione continua a diminuire ininterrottamente dal 2014, ci si dimentica spesso di menzionare che il fenomeno non è uguale in tutto il Paese. In barba alle narrazioni che vogliono il Sud Italia (e il Sud del mondo) misticamente, gioiosamente e inesorabilmente fecondo pur nella  povertà economica, i dati ci riportano alla realtà:  nel Nord Italia la popolazione continua ad aumentare, anche se di poco; nel Sud, e nelle aree interne, come ovvio nei momenti di depressione economica, si svuota: al Nord la crescita è di +1,6 per mille, mentre al Sud si registra un calo di -3,8 per mille.


Ma la demografia risponde semplicemente alle politiche e alle condizioni materiali: dove esistono servizi, la scelta di avere figli torna a sembrare possibile. Secondo un’analisi ISTAT, nei Comuni in cui la copertura dei nidi è aumentata in modo significativo, passando per esempio da meno del 20% a oltre il 30%, si è registrato nei quattro anni successivi un incremento medio quasi dell 9% delle nascite rispetto a territori simili rimasti fermi. Eppure, nonostante l’impatto positivo di questi investimenti, l’Italia continua a destinare alla spesa per l’istruzione una quota del PIL inferiore alla media europea: nel 2023 il valore si attestava intorno al 4% del PIL, contro il quasi 5% della media UE, con una tendenza al calo.


Zoom out: la prima infanzia in Europa

Infatti le disuguaglianze educative che attraversano l’Italia sono solo lo specchio di una frammentazione più ampia che riguarda l’intero continente. In Europa, l’accesso ai servizi per la prima infanzia varia ancora enormemente: se nel 2023, in Italia, solo un bambino su tre sotto i tre anni frequentava un nido o un servizio educativo riconosciuto, in Francia erano il 57%, in Danimarca il 70%, nei Paesi Bassi il 71.5%. Questi risultati sono frutto di politiche attive per la parità di genere come pilastro di sviluppo economico: non si spiegano cioè soltanto con il reddito pro capite o la ricchezza nazionale, ma sono il risultato di decisioni politiche. Laddove lo Stato investe, le famiglie lavorano, le donne partecipano al mercato del lavoro e i bambini crescono con migliori opportunità di apprendimento e salute. Dove invece la spesa pubblica arretra la disuguaglianza diventa ereditaria.


La frammentazione dei sistemi educativi in Europa è specchio della frammentazione stessa dell’Unione: ventisette modelli diversi, ventisette approcci alla formazione, ventisette visioni di ciò che un bambino debba imparare e diventare.


Un Paese che chiede a chi ha di più e investe dove conta: fiscalità e futuro

Come riportato da VD News do recente, e confermato da fonti dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio, la Legge di Bilancio 2026 si presenta con misure che riducono le imposte soprattutto per i redditi medio-alti con un  effetto reale regressivo: oltre l’85% dei benefici del taglio IRPEF andrà ai quinti più ricchi della popolazione. Il campo largo all'opposizione ha reagito in maniera disorganizzata: sull'idea di una patrimoniale, a cui la maggioranza di governo è comunque contraria, ciascuno ha avanzato la propria proposta, contraddicendosi a vicenda e senza un coordinamento che possa rendere credibile una visione alternativa al modello affarista di Meloni.


Nel frattempo, secondo il Billionaire Ambitions Report 2024 della banca svizzera UBS, ci sono 62 miliardari in Italia, con una ricchezza complessiva superiore a 200 miliardi di dollari, e dunque pari a circa l’8% del PIL nazionale. In un solo anno, il patrimonio di queste persone è cresciuto di quasi l’11%. Se le misure della finanziaria 2026 prevedessero di ottenere  appena il 5% di quella ricchezza, lo Stato otterrebbe circa 8,6 miliardi di euro, abbastanza da portare la spesa per l’educazione dal 4% al 4,5% del PIL. Questo significherebbe un primo passo per avvicinare finalmente l’Italia alla media OCSE, ma soprattutto - nella pratica - decine di migliaia di asili, centinaia di migliaia di mamme che possono rientrare nel mercato del lavoro e di famiglie che possono vivere la nascita di un bambino con meno ansia e più speranza.

Non si tratta di punire la ricchezza, di colpevolizzare il piccolo imprenditore che magari ha iniziato la sua piccola fortuna dalla vendita della casa ereditata dai nonni, o la professionista che dopo anni di studio, comincia a potersi permettere di comprare casa in un buon quartiere. Questo risultato si otterrebbe imponendo tasse giuste a 62 persone su 59 milioni di abitanti in Italia. Si tratta cioè di riconoscere che la prosperità collettiva è una scommessa migliore dello strapotere di pochi, anzi pochissimi.


L'Italia potrebbe essere pioniera di questo nuovo modo di concepire l'economia, più giusto e a misura di persone, facendo quello che tutte le grandi economie europee dovrebbero fare. Sul medio periodo, inoltre, potrebbe essere portavoce di una proposta che investa l'intera unione europea: un sistema fiscale comune dell’Unione, capace di coordinare le imposte sui grandi patrimoni e di reinvestire i frutti in settori strategici comuni come l’educazione della prima infanzia, che dovrebbe diventare una priorità politica continentale, al pari della difesa e della transizione ecologica.

Perché se è vero che le disuguaglianze iniziano nei primi anni di vita, è altrettanto vero che è lì che si costruisce la democrazia del futuro. E decidere oggi di investire nell’infanzia, invece che nei dividendi, è l'assicurazione più concreta che abbiamo per costruirci un futuro migliore.

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