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Addio 2025: cosa ci lasci in dono?

Il 2025 si sta avviando alla fine. È ora di fare una rapida panoramica su quanto ci lascia in eredità – e su quello che invece si è dimenticato, in vista del 2026.


(Che poi, detto tra noi, ci meritavamo qualcosa di meglio da questo terzo millennio.)


La copertina del Time con la Persona dell'anno 2025/TIME
La copertina del Time con la Persona dell'anno 2025/TIME

 

L’anno dell’IA


Un’eredità è indubbia: la massificazione dell’intelligenza artificiale, diventata prodotto di consumo abituale e semplificato. Il Time ha dedicato la Persona dell’anno proprio agli «architetti dell’IA», una dedica che è perfetta per rappresentare le contraddizioni insite in questo processo di massificazione.


La prestigiosa rivista statunitense è attualmente proprietà di Marc Benioff, un multimiliardario dell’high tech che a ottobre aveva annunciato un piano da 15 miliardi di dollari per – cito Eleonora Chioda su Repubblica – rendere San Francisco un «hub per l’intelligenza artificiale.» Ora, non è un grosso problema se un miliardario filantropo decida di fare un investimento e usi il suo soft power sulla rivista per glorificare i suoi colleghi e soci indiretti del settore. È un problema, però, se tutto ciò rimane dato per scontato e nelle mani di un pugno di oligopoli provati.


Che è il problema di quest’IA massificata: presentata come un oracolo, una sibilla per chiunque e a disposizione di chiunque. Senza contare il fatto che si basi, con un livello tecnico computazionale inenarrabile, sull’enorme lavoro umano della Rete: chi inserisce le informazioni, chi le raccoglie, chi le mantiene o le produce. Questo problema è tanto più evidente nel campo dell’arte, dove non pochi artisti sono insofferenti per un uso privatistico e indiscriminato dell’IA: perché letteralmente ruba il lavoro (nel senso che usa le opere umane per “allenarsi” e così produrre valore economico per l’azienda che la detiene) e perché è usata come sostituto a basso costo (cosa contro cui a Los Angeles gli artisti sono già scesi in sciopero) in un campo in cui la mano umana si sente di valere ancora qualcosa.


E a raccoglierne i frutti materiali sono i pochi oligarchi dell’IA, che il Time di Benioff chiama «architetti» mentre sono in realtà più simili ai grandi industriali del capitalismo dei monopoli di fine Ottocento. Una manciata di uomini, spesso attratti da idee estremiste esplicitamente antidemocratiche (vedasi Peter Thiel, non a caso il primo a sostenere economicamente Facebook di Zuckerberg), ma con capitali sterminati, si sente in posizione di dare lezioni all’umanità dai loro studi, mentre contribuiscono al divario tra lo sparuto gruppo di super ricchi e la massa di poveri in tutto il globo.


L’IA massificata nasconde anche il suo uso in contesti di conflitto, crimini di guerra compresi – basti pensare al suo uso nel genocidio a Gaza e nella repressione in Cisgiordania: ora le forze israeliane sono sempre più intelligenti e i palestinesi sempre più impotenti, anche senza grandi carri armati. E nasconde il fatto di essere enormemente energivora, che in tempo di cambiamento climatico non è un aspetto secondario, specie se le conseguenze più gravi si rifaranno su popolazioni già costrette al sottosviluppo.


D’altronde, non è un caso che il 2025 si sia aperto con la nomina da parte di Trump del guru dell’high tech reazionario Elon Musk a capo di uno pseudo dipartimento del governo USA – il DOGE – che in pochi mesi ha tagliato regolamentazioni ambientali e lavorative e licenziato migliaia di controllori pubblici, tutto in nome del risparmio. Cosa, quest’ultima non avvenuta: ma in effetti l’obiettivo era avere le mani libere, non le casse federali più ricche. E non è un caso che l’anno si chiuda con un decreto di Trump che vieta ai singoli Stati USA di adottare regolamentazioni dell’IA.


Se l’IA non deve essere meramente un mercato speculativo (con una bolla potenziale appresso) ma uno strumento per un salto tecnico decisivo per l’umanità, forse sarebbe invece proprio ora di democratizzarla e regolarla.


Il presidente ucraino Zelenskij viene "rimproverato" dal presidente USA Trump e dal suo vice Vance alla ACsa Bianca, febbraio 2025/ANSA
Il presidente ucraino Zelenskij viene "rimproverato" dal presidente USA Trump e dal suo vice Vance alla ACsa Bianca, febbraio 2025/ANSA

 

Conflitti e democrazie


Il premio Nobel per la pace 2025 è andato a Maria Corina Machado, energica dissidente venezuelana. Che il governo venezuelano non sia il top di gamma in fatto di democrazia – anche per i suoi alleati regionali, come il Brasile di Lula – è indubbio; il caso Trentini lo dimostra anche per noi. Che la premio Nobel per la pace si auguri un’invasione statunitense e prometta la privatizzazione delle risorse naturali (petrolio compreso, di cui il Venezuela è uno dei principali produttori), tuttavia, non sembra una notizia positiva.


Ma è lo specchio di questo 2025, che – dalla gestione feudale della Casa Bianca da parte di Trump fino al sostegno incondizionato a Israele come unica democrazia mediorientale – ha mostrato limiti enormi in questo campo. Una democrazia “su misura”, limitata da interessi di parte e cornici di possibilità che, come tali, rendono secondario il principio di rappresentanza. Per dire: che valore ha eleggere una persona o un gruppo di persone, se comunque c’è immobilismo dinanzi a un genocidio?


In particolare, in Europa, tre anni di appoggio alla resistenza ucraina sono eclissati dal disastro del doppio standard rispetto alla questione palestinese e alla sudditanza davanti ai grandi attori mondiali – compresa l’arroganza di Donald Trump, vero emblema di come si è ridotto il nostro ideale democratico. Un’arroganza che si misura non solo nelle azioni fatte, ma anche in quelle “dimenticate”: dimenticanze che delegittimano ancora di più i discorsi sulla rappresentanza.


Un cannibalismo dei sistemi democratici, che si svuotano sempre più e vedono crescere le pressioni delle frange più reazionarie, religiose e in definitiva antidemocratiche. Un fallimento che pesa tantissimo sul campo della giustizia intenzionale (vedi sopra) e della giustizia sociale: se continuano a esistere i privilegi, se continuano a esistere quelli che nascono avanti e quelli che rimarranno per sempre indietro, se la società è fatta di vincitori e vinti, ci guadagno di più dal lavorare in collettività o a spese della collettività?


Leader dell'opposizione parlamentare italiana a una manifestazione per la Palestina a Roma, 7 giugno 2025/Sky
Leader dell'opposizione parlamentare italiana a una manifestazione per la Palestina a Roma, 7 giugno 2025/Sky

 

In Italia


La nostra Penisola non ha mostrato il meglio di sé nel 2025. Anzi, forse non ha mostrato proprio granché in generale. Al di fuori dei successi sportivi, che sono la punta dell’iceberg di un Paese senza una visione comune né una direzione generale, non ci sono grossi motivi per ricordare quest’anno.


E i motivi relativamente minori spesso non sono positivi: la criminalizzazione delle proteste, la riduzione per legge degli spazi di dissenso civile, l’abbrutimento del discorso pubblico, gli attacchi frontali alla magistratura (per ora retorici: nel 2026 si rischia diventino anche giuridici), il trash istituzionale e un continuo collasso industriale del Paese. La vendita di due quotidiani come Repubblica e La stampa ad un armatore greco, in un’operazione poco trasparente e nascosta agli stessi giornalisti, è il sigillo perfetto su questo 2025.


Fa eccezione, in questo grigiume, la mobilitazione per Gaza, definita «bussola morale del mondo» (a suo discapito, c’è da dire) non per nulla. Milioni di persone hanno perso giornate di lavoro e settimane di pazienza per documentarsi, scendere in piazza, divulgare, protestare. Un’Italia sonnacchiosa e indifferente ha avuto un moto di risveglio, un quando è troppo, è troppo che ha unito nella genuina indignazione per un massacro richieste di una vita politica più giusta e trasparente, sia nella quotidianità come nelle grandi questioni , in qualunque parte del pianeta.


Che la politica istituzionale abbia colto questo messaggio solo parzialmente è dato sia dalla retorica aggressiva verso questa mobilitazione, sia dal perpetuarsi dei gruppi di potere (specie in vista delle elezioni regionali) che, di fatto, ancora condizionano enormemente l’esito di qualsiasi votazione democratica, a prescindere dallo schieramento. E infatti a milioni di manifestanti in piazza si sommano milioni di astenuti alle urne, due fenomeni che accadono in contemporaneità, mentre a rigor di logica ci si aspetterebbe il contrario.

 

Pendolari a Tokyo il 12 marzo 2020, prima del lockdown/IPA
Pendolari a Tokyo il 12 marzo 2020, prima del lockdown/IPA

Cinque anni dalla pandemia: l’occasione mancata del secolo


Forse questo sottotitolo ha fatto storcere il naso a qualcuno. È comprensibile. Tuttavia, è meno strano di quanto possa sembrare.


È passato il primo lustro dal lockdown, dalle più draconiche restrizioni che si siano viste – a livello nazionale, ma anche globale (tolte le situazioni regionali e non generali) – dai tempi della Seconda guerra mondiale. Eppure, ad oggi, il duro anno della pandemia sembra essere scomparso dalla coscienza collettiva, e i suoi lasciti depennati dall’agenda politica.


La pandemia di coronavirus, e le misure adottate per contrastarla, sono state un evento, a ben pensarci, epocale – non solo per gli effetti individuali o quelli sulla salute a lungo termine dei singoli. Il fenomeno pandemico, inteso come più complesso fatto sociale della pura propagazione di un patogeno, ha messo a nudo le inadeguatezze e lo squallore dell’organizzazione sociale di questo primo quarto XXI secolo.


La sanità trascurata e gli operatori sotto organico. Un’organizzazione della produzione e del lavoro che privilegia il profitto sulla qualità – dei prodotti come delle comunità, che siano produttrici o clienti. Istituzioni colme di arrivisti non sempre disposti a seguire i consigli degli esperti. Abbiamo capito che i lavoratori più umili sono quelli più essenziali, e i servizi più scontati sono in realtà decisivi. Le imprese più redditizie si sono rivelate spesso superflue o distanti, mentre quelle che non arrivano a fine mese sono diventate centrali per mantenere un minimo di collante tra le persone.


Abbiamo dovuto imparare, a causa del fenomeno Covid-19, quanto profondamente le nostre società – che siano quella cinese o quella statunitense, quella italiana o quella brasiliana – siano vulnerabili e le nostre comunità – dal paesino di provincia alla grande metropoli – siano i veri baluardi per una vita degna. E abbiamo dovuto imparare quanto queste reti di solidarietà, naturali o costruite, siano fondamentali e impegnative. Nel secolo della tecnologia digitale, per qualche anno si è dovuta comprendere l’indissolubilità del binomio dispositivi tecnologici-comunità reale.


Tutto questo poteva avere delle grandi conseguenze. Sono le crisi l’acceleratore della Storia: una multicrisi di questo tipo, che ha investito tutti i livelli dell’esistenza umana, poteva spronarci a immaginare e pretendere un futuro e un presente più equi, dignitosi e vicini alla persona umana. Il Collettivo per l’economia fondamentale, un gruppo di accademici di mezza Europa, aveva studiato le basi e progettato l’architettura per il cambiamento. Ovviamente un cambiamento di questo grado necessita una forte volontà politica. Non è successo – né l’uno, né tantomeno l’altra.


Il 2025, con i suoi eventi e i suoi protagonisti, riflette la stanchezza e la disillusione figlie di questo passaggio mancato. In qualche modo, siamo prodotti del bivio del 2020, solo che la Storia ha preso la strada vecchia – quella che già aveva dimostrato di essere fallimentare.


Un epilogo un po’ triste, si può pensare, e magari anche un po’ disfattista. Non vorrei sembrasse così. Se il 2020 ci ha aperto uno squarcio per progettare un’alternativa, il fatto che fino al 2025 non abbiamo colto questa potenzialità non significa che non lo si potrà mai fare. Anzi: è un motivo in più per smettere di perdere tempo.


Quindi, forse, le eredità di quest’anno sono soprattutto due: la necessità di sperare e il dovere di rendere reale la speranza.

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