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Che cos'è la «Striscia di Gaza»?

Ne sentiamo parlare ad ogni telegiornale. Opinionisti, politici, militari, cronisti ne parlano quotidianamente. Per l’ONU (e per diversi Paesi che hanno presentato denuncia alla Corte penale internazionale) è il luogo dove sta avvenendo un genocidio. Eppure, geograficamente la Striscia di Gaza non esiste. Politicamente, fino al 1948 questa definizione non era mai apparsa nelle cartine.

 

Ecco allora la domanda: qual è la storia della Striscia? Ora ne daremo una panoramica.


Da Striscia di Gaza, la storia e le caratteristiche del territorio governato da Hamas, su GeoPop
Da Striscia di Gaza, la storia e le caratteristiche del territorio governato da Hamas, su GeoPop

Uno sguardo dai faraoni al Mandato

 

Gaza, centro della Palestina meridionale, luogo dal clima mite nel punto in cui il deserto del Negev si incontra col Mediterraneo, è una città con un passato millenario. La prima volta in cui comparve fu in alcuni documenti di guerra egizi, sotto il regno del faraone Thutmose III. Eravamo nel XV secolo… avanti Cristo. Per fare un paragone, Roma sarebbe nata solo ottocento anni dopo. Nel corso dei secoli Gaza, con la sua comoda posizione, sarebbe stata assediata, occupata, conquistata, barattata innumerevoli volte. Filistei, egizi, israeliti, romani, fenici, greci, arabi, ottomani – ognuno di questi popoli, in un modo o nell’altro, in armi o in pace, è transitato da qui o ci ha vissuto. E ogni volta la città ha resistito, ha integrato, combattuto.

 

Alcuni episodi forse aiutano a comprendere il senso della Storia. Nel IV secolo AC, Alessandro Magno impiegò mesi e ingenti quantità di soldati per conquistarla. Dopo averla saccheggiata e aver massacrato il suo popolo, il macedone – ferito da una freccia negli scontri – la fece colonizzare alla maniera ellenistica. Cristiana o pagana, al tempo dell’Impero romano era già un importante porto e sede di una scuola di retorica. Gli arabi, conquistandola mille anni dopo il macedone, ne fecero un centro del diritto islamico e, secondo la leggenda, luogo di sepoltura di un bisnonno di Maometto. Presa e persa, fu crocevia di soldati maomettani ed europei nei secoli delle crociate. Poi fu il turno dei mongoli, che ben poco risparmiarono – ma questa, ahinoi, è una costante.

 

I continui attacchi e alcune calamità naturali ridussero Gaza, alle soglie dell’Età moderna, ad essere ombra della sua stessa storia. I secoli ottomani la fecero rinascere, fino a quando – a seguito della Prima guerra mondiale e il disfacimento dell’Impero del sultano, nel 1918 – Gaza e la Palestina passarono sotto il Mandato britannico, ordinato dalla Società delle nazioni. Londra, però, non riuscì ad amministrare il suo mandato in modo lungimirante: la millenaria Palestina aveva prodotto una società multireligiosa (gli ebrei palestinesi costituivano il «Vecchio Yishuv») che viveva in coabitazione. Una situazione che sarebbe presto scomparsa – e non più, finora, riapparsa.

 

Francis Frith, The Old Town, Gaza (1862-1863), da Wikimedia Commons
Francis Frith, The Old Town, Gaza (1862-1863), da Wikimedia Commons

 

Sionismo e nazionalismo

 

Un «Nuovo Yishuv» si stava intanto preparando per nascere. Il movimento sionista era nato a fine Ottocento nelle capitali europee – e da lì avrebbe preso la sua cultura politica. Ora è necessaria una rapidissima ricognizione sulla natura di questo movimento e sui suoi effetti.

Il sionismo, in parole povere, propugna il diritto del popolo ebraico al ritorno nell’antica patria, ma le cose sono un po’ più complesse di come l’attuale Stato d’Israele, tramite l’hasbara, vorrebbe farle passare. Nascendo nell’Europa di un secolo e mezzo fa, esso si configurava come figlio del colonialismo e del suprematismo europei: perciò diverse comunità ebree ultraortodosse (per motivi religiosi, dato che la Bibbia rifiuta una seconda Terra Promessa senza la Fine dei tempi) o laiche (per motivi politici, come i sindacati rossi in Palestina che rivendicavano la solidarietà tra popoli) non lo accettavano e non lo accettano tutt’ora.

 

Gli stessi fondatori del movimento parlavano di colonialismo e la Palestina era solo una delle opzioni possibili, per quanto la più simbolica. Inoltre, il fatto che fossero a conoscenza della società palestinese ma ritenessero un loro diritto di civilizzatori poterla trattare come inesistente è una caratteristica tipica del colonialismo europeo più che della religione ebraica. A proposito di religione: il sionismo era ed è un progetto nazionale più che confessionale (tranne per i partiti della destra, attualmente al potere in Israele); per dire, il primo premier israeliano, Ben-Gurion, non metteva mai piede in sinagoga, mentre i suoi colleghi europei (pensiamo al suo contemporaneo De Gasperi) erano dei cristiani credentissimi.

 

Questo significa che la Parola di Dio viene sbandierata come una giustificazione, per coprire il fatto che quello in atto da un secolo è un processo di creazione di una nuova nazione a spese dei nativi. Un processo simile a quello che ha prodotto gli attuali Stati moderni in Europa, ma in una terra colonizzata. La Dichiarazione Balfour del 1917, con cui il governo britannico si impegnava a garantire una patria ai sionisti, diede per la prima volta legittimità internazionale a questo processo.

 

A ben vedere, il sionismo si spaccò in diverse correnti – laiche e religiose, integranti o razziste – e diverse brigate armate. Ma poté sfruttare la superiorità dei suoi contatti e della sua organizzazione, modellandola sulla base dello Stato europeo moderno in un territorio sostanzialmente governato in modo semifeudale da un’aristocrazia palestinese arricchita. La battaglia venne vinta dai sionisti per disciplina, struttura, relazioni internazionali. E venne vinta in modo curioso, cioè creando uno Stato da quelli che erano due apparati privati, gestiti a mo’ di governo dello Yishuv: l’Agenzia ebraica e il Fondo nazionale ebraico.

 

Intanto, anche con figure come il gran muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini o il condottiero Izz al-Din al-Qassam, stava nascendo un nazionalismo palestinese. In buona fede o per interessi di potere, i capi nazionalisti usarono una demagogia che confondeva ebrei e sionisti. Il progetto coloniale da una parte e questa demagogia dall’altro crearono un clima che ruppe la tradizionale coabitazione, facendo scoppiare diversi scontri tra fazioni. Intanto, il crescere dell’antisemitismo in Europa negli anni Trenta e la fuga degli ebrei sopravvissuti alla Shoah nel decennio successivo crearono una massa di nuovi coloni in Palestina.

 

I britannici non riuscirono a intervenire con decisione – e, spesso, omisero di farlo. Quando capirono che la situazione non poteva più essere gestita da Londra, rimisero il Mandato nelle mani della nuova ONU. Era il 1947: intanto, i sionisti avevano scritto i piani per l’occupazione e la pulizia etnica e le ex colonie mediorientali di Francia e Inghilterra erano diventati dei deboli Stati arabi indipendenti. I palestinesi rimanevano bloccati, tra le milizie sioniste moderne e gli appetiti dei re della Transgiordania e dell’Egitto.

 

Cartolina postale ottocentesca con uomini di Gaza, da Wikimedia Commons
Cartolina postale ottocentesca con uomini di Gaza, da Wikimedia Commons

 

Il parto della Striscia

 

La commissione creata dalle Nazioni Unite per discutere della questione palestinese produsse due relazioni. Quella di minoranza prevedeva uno Stato confederale israelo-palestinese, multiconfessionale e multietnico: un progetto complesso, che però rispondeva alla tradizionale coabitazione. Quella di maggioranza – che sarebbe poi diventata la risoluzione 181 dell’ONU – prevedeva la spartizione del Mandato in due Stati separati, nella speranza di accontentare entrambi. E quest’ultima fu, ed è tutt’oggi, la parola ufficiale della comunità internazionale. Gaza e il suo territorio finirono nel futuro Stato palestinese.

 

L’élite palestinese rifiutò la spartizione, vista come un’occupazione senza diritto. Sperava nella vicinanza degli Stati arabi, sopravvalutandone forza militare e intenzioni. I capi sionisti accettarono il piano con una tacita riserva, cioè quella per cui i confini di Israele sarebbero arrivati fin dove la sua potenza sul campo avrebbe permesso: una direttiva detta/non-detta che ancora adesso guida il governo dello Stato sionista. Il re giordano, l’unico in grado di tenere testa alle milizie sioniste col suo esercito (addestrato da istruttori britannici), si accordò con i futuri capi di Israele per spartirsi la Cisgiordania. Così, quando a maggio 1948 nacque Israele e gli Stati arabi dichiararono guerra, la sorte dei palestinesi era già segretamente segnata: uccisi o espulsi dalle loro case dai coloni. Era la Nakba, «catastrofe».

 

Gli israeliani, per quarant’anni, poterono dire così che uno «Stato palestinese» fittizio già esisteva, dato che la Cisgiordania venne accorpata militarmente alla Transgiordania nell’unico regno di Giordania. Invece, la Striscia di Gaza è un’invenzione israelo-egiziana. Incapaci di un’avanzata decisiva, gli egiziani si accontentarono di un’occupazione militare su Gaza e altre città ad essa vicine – Rafah, Deir al-Balah, Khan Younis, Jabalia: tutti nomi che in questi giorni sentiamo continuamente ai telegiornali. Per loro sfortuna: città millenarie, ricchissime di storia e di monumenti antichi, ridotte a cumuli di macerie e cadaveri per i prossimi decenni.

 

L’occupazione egiziana si basò su un compromesso con Israele, creando un rettangolo (politico) artificiale in un territorio pianeggiante, colmo di campi profughi per accogliere gli espulsi della Nakba che i sionisti non avevano intenzione di gestire: ecco creata la «Striscia». Nel 1967, a seguito di un nuovo attacco arabo contro Israele (particolarmente sentito dagli egiziani, che avevano subìto un’invasione israeliana undici anni prima, risolta grazie alle minacce di USA e URSS), questo compromesso cadde: la Striscia finì sotto l’occupazione militare sionista, durata fino al 1994. O, di fatto, fino al 2005.


 

Eddie Gerald/Alamy - Did the Israel Defense Forces Underestimate Hamas? su The Walrus
Eddie Gerald/Alamy - Did the Israel Defense Forces Underestimate Hamas? su The Walrus

 

Arafat, Hamas e le Intifada

 

Le negoziazioni e le lotte portate avanti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat crearono un nuovo soggetto politico palestinese – l’OLP, appunto, in cui confluiva anche il partito Fath di Arafat. (Curiosità: quest’ultimo era nipote del muftì Husseini.) Ma il rancore popolare cresceva, esplodendo nella prima Intifada («risveglio», nel 1987-1993): Israele si ritrovò con una situazione degenerata e dispendiosa in mano, scendendo a patti con l’OLP. I termini della negoziazione ovviamente non potevano essere pari, essendo tra occupante e occupato: dal 56% di territorio del Mandato britannico affidatogli dall’ONU nel 1947, Israele era cresciuto fino ad occuparne il 78%. Intanto, la Giordania – incapace di gestire la questione palestinese – abbandonò la Cisgiordania, ritirandosi nel territorio originale.

 

Gli Accordi di Oslo del 1993 portarono alla creazione del feto dello Stato palestinese: un’Autorità nazionale palestinese (ANP) con un presidente, un governo, un Consiglio legislativo e una polizia. Ma senza un esercito, senza un apparato di sicurezza indipendente, senza un sistema di acquedotti autonomo. Persino senza una reale sovranità sulla carta: il territorio dell’ANP si trovò diviso in tre aree, e solo un tipo di area – quella minore – era amministrato esclusivamente dai palestinesi. Il resto era amministrato direttamente dalle forze israeliane o con la loro presenza accanto ad un’amministrazione civile palestinese. In tal modo, all’occupazione diretta si sostituì una gestione in appalto del problema, affidata all’OLP. La creazione o l’ampliamento di colonie illegali israeliane nei territori palestinesi creò una serie di sezioni separate dello Stato sionista in territorio palestinese.

 

Gli anni Novanta videro un crescente scontento, e la speranza di Oslo diventò disillusione: una seconda Intifada scoppiò nel 2000. (Disclaimer: non tutti gli atti dell’Intifada, essendo un fenomeno composito e non diretto, furono violenti.) A quel punto, gli israeliani occuparono nuovamente la Striscia, in nome di un vago antiterrorismo che permise loro di applicare una repressione senza distinzioni contro il dissenso palestinese. L’OLP, corrotta e incapace di muoversi, ne uscì indebolita e prese piede un nuovo partito, più radicale e deciso, nato durante la prima Intifada: il Movimento islamico di resistenza, meglio noto con l’acronimo Hamas, con il suo braccio armato delle Brigate al-Qassam.

 

Intanto, per risparmiare uomini e risorse, il governo israeliano diede nuovamente in appalto la patata bollente. Nel 2005 gli israeliani si ritirarono dalla Striscia – compresi i coloni – e venne eletto presidente dell’ANP il successore di Arafat, Abu Mazen. Nel gennaio 2006 si tennero le prime elezioni per il Consiglio legislativo palestinese. Un’amara sorpresa per Fath, che prese il 41% ma perse la maggioranza, finita in mano ad Hamas con il 44% dei voti. Le elezioni furono tra le poche veramente libere mai tenute in Medio Oriente – questo argomento sarebbe stato usato da Hamas per cercare consenso sulla stampa occidentale – ma segnarono drammaticamente il futuro dell’ANP e produssero la Striscia di Gaza come la conosciamo noi oggi.

 

Occorre specificare due dettagli. Il primo è ben noto, ossia la sudditanza che Fath e l’ANP avevano sviluppato verso il governo israeliano. Decenni di lotta con la stessa leadership, passati sotto la repressione sionista, avevano prodotto una generale stanchezza nell’apparato politico palestinese: gli accordi raggiunti nel corso degli anni portarono risultati minimi, però non era intenzione di Fath di perdere anche il poco che era arrivato. Per evitare questo scenario dovettero mantenere la fiducia di Israele, rinunciando ad una piena sovranità e collaborando attivamente con l’apparato di sicurezza dello Stato sionista. Ancora oggi i segni di questa relazione tossica si vedono: quando Abu Mazen (presidente da vent’anni, con mandato in proroga da quindici) dichiara che Hamas non avrà spazio nel futuro Stato palestinese disarmato (dunque indifendibile), o quando la polizia palestinese assiste i reparti israeliani nel reprimere il dissenso in Cisgiordania.

 

Il secondo è un dettaglio spesso sottovalutato, ossia il sostegno finanziario che il governo israeliano – a volte segretamente, a volte in modo meno nascosto – ha fornito a Hamas attraverso il Qatar, Paese terzo in cui Hamas stabilì la propria delegazione fuori la Striscia. Quando Netanyahu accusa i giornalisti stranieri di essere complici di Hamas, forse qualcuno dovrebbe ricordargli che è stato proprio lui tra i maggiori finanziatori del Movimento islamico. E perché mai Netanyahu e i suoi predecessori lo hanno fatto? La risposta è nel divide et impera, «dividi e comanda»: Hamas era incentivato a sfidare l’ANP; quest’ultima, per sfuggire alle accuse israeliane di collaborazione coi terroristi islamici, era incentivata ad avere una posizione più accondiscendente verso Israele e così via, all’infinito.

 

 

Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, rispettivamente leader politico di Hamas e capo delle Brigate al-Qassam fino alla loro uccisione nel 2024; da Chi è Mohammad Sinwar, il nuovo leader di Hamas che sta ricostruendo l’organizzazione dalle macerie, su MSN
Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, rispettivamente leader politico di Hamas e capo delle Brigate al-Qassam fino alla loro uccisione nel 2024; da Chi è Mohammad Sinwar, il nuovo leader di Hamas che sta ricostruendo l’organizzazione dalle macerie, su MSN

Un campo di concentramento a cielo aperto

 

Il risultato delle elezioni del 2006 dimostrò sì il consenso verso Hamas, ma anche una spaccatura tra le due zone dell’ANP: nella Striscia il Movimento ebbe una maggioranza schiacciante di voti, mentre in Cisgiordania Fath riuscì a prevalere. Il nuovo governo era un compromesso debole fra le due forze principali, basato su una fiducia inquinatissima sin dall’inizio.

 

Pochi mesi, da gennaio a giugno, bastarono per far scoppiare la miccia: la decisione del presidente Abu Mazen di ripetere le elezioni fu seguita da scontri violenti fra i partiti, prima, e da una vera e propria lotta armata tra milizie, poi. All’inizio del 2007 le Brigate al-Qassam avevano il pieno controllo della Striscia, mentre l’ANP in Cisgiordania epurava i politici di Hamas e chiudeva (finora, per sempre) il Consiglio legislativo. Ai vertici israeliani questa situazione non dispiaceva così tanto: lo Stato palestinese era un feto nato morto, la Striscia era autonoma e la Cisgiordania di fatto sottomessa. Ovviamente, però, la Storia non è lineare in tutti i suoi particolari.

 

Hamas nel corso degli anni ha ammorbidito notevolmente la sua posizione (basti pensare che accetta la soluzione «due popoli, due Stati», attualmente rifiutata invece da Israele) e si è rivelata un avversario militare per Israele come lo era stata l’OLP fino agli anni Ottanta. Ossia non grazie a una guerra tra eserciti, ma con azioni minori come il lancio di missili o rapimento di militari israeliani che avevano sconfinato – almeno fino al 7 ottobre 2023, quando si sono aggiunti i civili. Tattiche decisamente basilari per poter parlare, oggi, di una guerra tra eserciti – fatto confermato dagli stessi israeliani.

 

Sin dal 2007, a seguito del prevalere delle Brigate al-Qassam sui membri di Fath nella Striscia, il governo israeliano decise di circondare questo rettangolo: da terra, con barriere fisiche e un assedio militare; dal mare, con il blocco navale nelle acque palestinesi. I cieli erano già solo israeliani, dato che l’unico aeroporto della Striscia – il Yasser Arafat del 1998 – era stato già raso al suolo dall’aviazione sionista nel 2001, durante la seconda Intifada.

 

Il blocco imposto da Israele rientrava perfettamente nei principii dell’hasbara, cioè era giustificato dal diritto alla difesa e dall’antiterrorismo sbandierati da Israele. Ma non rientrava nella legalità del diritto internazionale – che anzi condanna la punizione collettiva (in questo caso, per il voto sbagliato del 2006) come metodo di guerra. Il blocco produsse effetti drammatici sulla già povera economia della Striscia: i palestinesi che da lì si recavano in Israele per lavorare (circa 25 000, un grosso indotto) persero il loro lavoro, la pesca fu ridotta al lumicino dalla marina israeliana, il commercio limitato agli attraversamenti gestiti dall’esercito israeliano. Rimase un’agricoltura di sussistenza, una serie di servizi terziari e una scarna manifattura: la maggior parte della popolazione faceva perciò affidamento sugli aiuti umanitari. (Oggi, tra servizi distrutti, aiuti bloccati e agricoltura spianata, la situazione è praticamente al limite della sopravvivenza fisica.)

 

Un contesto del genere ha fatto parlare della Striscia come di un campo di concentramento o della «prigione più grande del mondo», nella definizione dello storico israeliano Ilan Pappé. Hamas ha visto le sue possibilità di negoziare ridursi al minimo, mentre Israele ha usato la Striscia come campo di prova per le sue armi e, da due anni, per le sue truppe. Le operazioni Piombo fuso, Margine di protezione e Spade di ferro, più i tantissimi interventi secondari, dal 2008 ad oggi hanno reso la vita nella Striscia precaria e azzerato il futuro dei suoi abitanti. La Grande marcia del ritorno di Gaza, una nuova forma di resistenza non violenta degli abitanti della Striscia, finì repressa nel sangue da parte delle truppe israeliane al confine. E la mancata soluzione politica alla questione palestinese ha esposto anche gli israeliani a danni non insignificanti, tra civili a rischio terrorismo e soldati che impazziscono per gli orrori degli ordini.

 

La soluzione militare non è una vera soluzione – e lo dimostrano gli ultimi ottant’anni – bensì solo un rimandare infinito dei problemi fondamentali: la pulizia etnica, l’occupazione illegale, la colonizzazione, lo Stato palestinese. Ogni occasione in cui si rimanda è uno spargimento di sangue in più.

 

 

Da Grande Gaza, il progetto che inquieta l'Egitto, su Limes
Da Grande Gaza, il progetto che inquieta l'Egitto, su Limes

Per gli storici del futuro

 

Ci sono alcuni, ultimi elementi da lasciare non alla cronaca, bensì agli storici che ci succederanno. In questi giorni si sta discutendo della possibile pace tra Israele e Hamas. Sarà loro compito elaborarli per bene, qui vorrei solo appuntarli.

 

Una pace strana, nel senso che è tra uno Stato più volte condannato dalle Nazioni Unite e il suo principale sponsor internazionale (con il contributo di altri Paesi e politici esterni alla questione), senza aver consultato chi effettivamente amministra la Striscia di Gaza. Anzi, imponendo un ultimatum. Ecco, forse sarebbe più corretto parlare di ultimatum piuttosto che di pace: ma le ragioni della Casa Bianca avranno prevalso anche sul linguaggio, che fino a qualche mese fa parlava di «tregua».

 

È interessante, oltre a quel che si dice, vedere quel che non si dice. E precisamente quel che non si dice è il metodo di governo che dovrà essere applicato in quel che rimarrà della Striscia. Di solito le potenze occidentali declamavano la civilizzazione democratica; last but not least, l’attacco di giugno 2025 all’Iran era legittimato anche in nome della lotta contro la tirannica Repubblica islamica. Stavolta, invece, nulla: per USA e Israele è meglio un governo di stranieri, per Hamas va bene anche un governo di tecnocrati palestinesi. E la democrazia? Le libere elezioni? Scomparse: l’ultima volta è stato il 2006, e per molti – compresa l’ANP – quel momento di autodeterminazione basta e avanza.

 

La questione del metodo è collegata inevitabilmente a quella su un effettivo Stato palestinese. Abbiamo già notato che, stando agli accordi tra OLP e Israele, esso sarà di fatto privo di alcuni fondamentali poteri. Abbiamo anche visto che il presidente Abu Mazen non ha alcuna intenzione di rinnegare la collaborazione con gli apparati israeliani, tutt’altro. Un dettaglio da notare è il cambiamento nella retorica israeliana verso l’esistenza dello Stato palestinese: prima bastava la Giordania, poi ci si è detto favorevoli, ma ora il governo israeliano attivamente dichiara che non esisterà nessuno Stato palestinese. E sono decisi a prometterlo, grazie all’espansione delle colonie illegali in Cisgiordania e ai bombardamenti delle infrastrutture della Striscia. Con buona pace per Abu Mazen, che sarà un presidente senza terra.

 

È certo che l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha cambiato definitivamente la Palestina. Qualsiasi prospettiva per il futuro di questa terra, dei suoi abitanti e dei profughi passa da quanto ne è seguito, una seconda Nakba ancora in corso. Che ne sarà della Striscia? E della vecchia signora, la città di Gaza? Che ne sarà anche del sionismo: arrivato all’apice… oppure al capolinea? Forse, grazie a decenni di esperienza, a questo grande evento – il genocidio nella Striscia – seguiranno eventi di portata e campo d’azione limitato: sarà così che Israele – il suo governo, il suo dissenso, la sua società – potrà digerire l’orrore, dividerlo in tanti piccoli pacchetti da amministrare o, se troppo dispendiosi, appaltare ad un governo palestinese accondiscendente. O forse no.



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