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Il “piano di pace” di Trump – la maschera coloniale dietro la tregua

A prima vista, il recente annuncio del piano di pace in 20 punti promosso da Donald Trump appare come un tentativo (forse disperato, forse strategico) di porre fine al massacro nella Striscia di Gaza: un cessate il fuoco immediato, il rilascio degli ostaggi, la ricostruzione e una supervisione internazionale. E in effetti, Hamas ha risposto positivamente ad alcune proposte, includendo il rilascio degli ostaggi.  

Ma se guardiamo con occhio critico e storico, questo piano appare più come una nuova forma di egemonia, un modello di “pace mascherata” che sacrifica l’autodeterminazione palestinese in nome del controllo esterno. Il rischio è che il cosiddetto “accordo di pace” diventi una pace imposta, senza giustizia né liberazione reale.


Le promesse del piano e i punti chiave


Il piano in 20 punti  – reso pubblico il 29 settembre 2025 – contiene le seguenti linee guida principali:

• Un cessate il fuoco immediato e il congelamento delle operazioni militari finché non si attua il piano completo.

• Rilascio in 72 ore di tutti gli ostaggi (vivi e defunti) da parte di Hamas, a fronte della liberazione di prigionieri palestinesi da parte di Israele.

• Ritiro graduale delle forze israeliane entro linee definite, fino a un completo ritiro vincolato a condizioni e tappe di demilitarizzazione.

• La creazione di un governo tecnico-transitorio (un comitato “apolitico” palestinese), sotto la supervisione di un organismo internazionale chiamato “Board of Peace”, con Trump come presidente e con la partecipazione (tra gli altri) di Tony Blair.

• Nessun ruolo per Hamas nell’amministrazione post-conflitto, a condizione che smobiliti le armi. Chi vorrà potrà lasciare Gaza con passaggi sicuri.

• L’avvio immediato dell’aiuto umanitario e della ricostruzione sotto controllo neutro internazionale, senza interferenze degli attori locali.

• Il piano non include al momento una promessa concreta di Stato palestinese: l’“autonomia” futura è subordinata alla riforma della leadership palestinese e alle condizioni poste dagli sponsor internazionali.  

Osservatori internazionali hanno sottolineato come, nella sostanza, il piano preveda la rimozione di Hamas come attore politico, la soggezione della governance palestinese a organismi esterni e la possibilità che Gaza venga trasformata in un protettorato sotto supervisione straniera.

Il piano in 20 punti lanciato da Donald Trump come “soluzione definitiva” al conflitto israelo-palestinese è stato accolto, da più parti, con scetticismo e accuse di parzialità. A ben guardare, non è un’eccezione nella storia della politica estera americana: ogni volta che Washington presenta un piano di pace o un intervento umanitario, dietro la facciata diplomatica si intravede una logica di potere, controllo e interessi strategici. 

Gli Stati Uniti si presentano da sempre come garanti dell’ordine mondiale e difensori della democrazia. Ma il loro ruolo di mediatori non è mai stato neutrale. Nel caso palestinese, la vicinanza storica e strategica con Israele rende difficile immaginare Washington come attore imparziale. Ogni piano proposto tende a consolidare equilibri favorevoli a Tel Aviv e a salvaguardare l’influenza americana nell’area, più che a riconoscere i diritti e le aspirazioni del popolo palestinese.

Dietro la retorica della pace, si cela dunque una visione coloniale: gli Stati coinvolti e i popoli direttamente interessati non sono messi sullo stesso piano, ma subordinati a una regia esterna che decide cosa sia “accettabile” e cosa no.

Negli ultimi anni, iniziative politiche e diplomatiche presentate dagli Stati Uniti come “piani di pace” o accordi risolutivi in zone di conflitto hanno attirato sempre maggiore attenzione. Non si tratta solo di questioni morali o umanitarie: dietro la retorica della diplomazia e della stabilità spesso si intravedono meccanismi di potere, influenza strategica e interessi economico-militari. Il piano (o proposta) di pace di Trump per la Palestina, così come le dinamiche in corso a Gaza, sono l’ultimo esempio di un copione che si ripete da decenni: la pace come forma di legittimazione del controllo.

Il fatto che Hamas abbia accettato, almeno in parte, il piano – soprattutto per quanto riguarda il rilascio degli ostaggi – non può cancellare il contesto profondamente sbilanciato in cui questa proposta è nata.

Un cessate il fuoco è sempre una notizia positiva: ogni giorno senza esplosioni significa meno vittime, meno devastazione, meno sofferenza. Tuttavia, una tregua, da sola, non è sufficiente se la pace si trasforma in un mezzo per celare la sottomissione politica.

Se davvero si vuole costruire una pace giusta e duratura – una pace che riconosca la dignità e il diritto del popolo palestinese a decidere del proprio futuro – non si può partire da un piano che, fin dall’inizio, impone condizioni di debolezza, disarmo e dipendenza internazionale.

Il rischio è che, dietro il linguaggio rassicurante della “ricostruzione”, si nasconda un nuovo sistema di controllo, e che Gaza resti ancora una volta prigioniera


La “pace” come strumento di potere — la lunga ombra della retorica coloniale americana


Ventidue anni dopo l’invasione dell’Iraq, gli Stati Uniti ripropongono lo stesso copione, cambiando solo il teatro e gli attori. Nel 2003, George W. Bush annunciava “l’operazione Iraqi Freedom” come una missione di liberazione, finalizzata a portare democrazia e sicurezza in Medio Oriente. In realtà, dietro la patina morale della libertà, si nascondeva un’agenda di dominio: il controllo delle risorse petrolifere, il ridisegno geopolitico dell’area e l’imposizione di un nuovo ordine regionale sotto egemonia americana.

Oggi, con il “piano di pace” per Gaza presentato da Donald Trump, la logica si ripete: una soluzione “umanitaria” che promette fine alla guerra e inizio alla ricostruzione, ma che in realtà mira a neutralizzare ogni forma di autodeterminazione palestinese. La pace diventa ancora una volta un progetto coloniale, travestito da diplomazia.

Il 20 marzo 2003, le sirene di Baghdad squarciavano la notte. Gli Stati Uniti e i loro alleati davano inizio all’invasione dell’Iraq. Il pretesto ufficiale era chiaro: distruggere le presunte armi di distruzione di massa e porre fine al regime di Saddam Hussein. Quelle armi, però, non furono mai trovate.

La giustificazione morale – “salvare il popolo iracheno dalla tirannia” – si trasformò rapidamente nell’inno della guerra. I principali media occidentali la ripetevano ossessivamente, mentre sul campo si svolgeva una realtà completamente diversa.

Uno Stato sovrano veniva invaso senza mandato dell’ONU. Centinaia di migliaia di civili perdevano la vita, un Paese intero veniva ridotto in macerie.

Il linguaggio della pace servì, ancora una volta, a legittimare il controllo. Dietro la promessa di democrazia e modernizzazione si nascondeva la ricolonizzazione: l’Iraq ridisegnato secondo parametri esterni, plasmato più sulle esigenze di Washington che sui desideri del suo popolo.

Dall’Asia all’America Latina, dal Medio Oriente al Sud-est asiatico, le cosiddette “missioni di pace” americane hanno spesso seguito lo stesso copione: entrare per liberare, restare per dominare.

Sotto la retorica umanitaria si muove una strategia coerente: espandere l’influenza, mantenere il controllo, ridurre l’autonomia dei popoli. E finché la pace sarà raccontata come un dono da ricevere e non come un diritto da riconoscere, continuerà a somigliare più a una forma di dominio che a una promessa di libertà.

Dopo l’11 settembre 2001, Washington lanciò l’“Operazione Enduring Freedom” con la promessa di sradicare Al-Qaeda e liberare l’Afghanistan dai talebani. In realtà fu l’inizio di un’occupazione lunga vent’anni: oltre 250.000 civili uccisi, un Paese devastato e, dopo il caotico ritiro del 2021, un popolo lasciato senza voce. Quella che venne chiamata “ricostruzione democratica” si rivelò un esperimento di nation building fallito, dove la libertà era sorvegliata dai droni e la democrazia gestita da contractor privati e governi imposti dall’esterno. Lo stesso copione si era già visto negli anni Sessanta in Vietnam, quando la “pacificazione” del Sud veniva presentata come missione di libertà mentre villaggi bruciavano, milioni di civili morivano e intere foreste venivano distrutte dal napalm e dagli agenti chimici. In entrambi i casi, la retorica della pace e della democrazia servì a mascherare una strategia di dominio: trasformare territori sovrani in zone di controllo geopolitico, dove la libertà dei popoli diventava solo un pretesto per consolidare l’influenza americana


Gaza come laboratorio del nuovo colonialismo


Oggi Gaza vive la stessa narrazione, solo più raffinata. L’“accordo di pace” proposto da Donald Trump promette la fine del genocidio e una nuova era di stabilità, ma dietro le promesse si nasconde ancora una volta la logica del controllo. Come nel 2003, Washington si presenta come mediatrice neutrale, ma ciò che disegna è un’architettura di potere in cui la sovranità palestinese viene sospesa e sostituita da una governance internazionale guidata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. È la stessa grammatica imperiale che impone la democrazia dall’alto invece di costruirla dal basso, definisce la sicurezza come disarmo della parte colonizzata, affida la ricostruzione a enti occidentali e subordina la pace alla rinuncia dei diritti politici e territoriali.

Nel piano americano, Gaza rischia di diventare un protettorato “umanitario”: un territorio apparentemente pacificato, ma privato di autonomia e voce politica. Quando gli Stati Uniti parlano di pace, il mondo dovrebbe ascoltare con memoria critica, perché troppe volte la tregua si è trasformata in silenzio imposto e la ricostruzione in un progetto di dominio.

Dietro ogni retorica di salvezza si nasconde la volontà di riscrivere la storia, di cancellare il diritto all’autodeterminazione e di sostituire la giustizia con una stabilità solo apparente. La vera pace non nasce da un piano di potenze, ma dalla restituzione di dignità e potere a chi, da decenni, paga il prezzo di essere colonizzato in nome della libertà altrui.

Nel piano di Trump per Gaza si intravede il perfezionamento di una logica già vista. Non più carri armati e basi militari, ma accordi internazionali, piani di ricostruzione vincolati. È la versione moderna della “missione di pace”: un’occupazione amministrativa presentata come processo di stabilizzazione.

Come in Afghanistan e in Iraq, la popolazione locale non è chiamata a decidere, ma solo a sopravvivere alle decisioni altrui. E come in Vietnam, ogni voce di dissenso viene rapidamente etichettata come “ostacolo alla pace”. La differenza, oggi, è che la colonizzazione non ha più bisogno di dichiararsi tale. Si impone attraverso il linguaggio dei diritti, degli aiuti umanitari e dei fondi internazionali. È una pace neoliberale, che ricostruisce le città ma svuota le società, che distribuisce finanziamenti ma toglie sovranità.

L’idea di “esportare la democrazia” è stata, per oltre mezzo secolo, la formula perfetta per legittimare interventi militari e consolidare il controllo geopolitico. Nel dopoguerra, il colonialismo non è scomparso: ha semplicemente cambiato forma. Non si conquista più un territorio con le truppe, ma con memorandum, accordi, prestiti e piani di pace condizionati.

Ogni volta che gli Stati Uniti hanno parlato di liberazione, hanno lasciato dietro di sé rovine. Ogni volta che hanno promesso democrazia, hanno imposto dipendenza. Ogni volta che hanno invocato la pace, hanno consolidato un ordine coloniale.

La pace autentica non può nascere da un atto di potere. Non si costruisce con droni, piani economici o conferenze internazionali dirette da chi ha alimentato la guerra. La pace vera è quella che restituisce ai popoli il diritto di decidere per sé, senza intermediari, senza supervisori, senza colonizzatori mascherati da mediatori.

Ciò che accade oggi a Gaza non è un episodio isolato, ma la prosecuzione di una storia lunga: la negazione costante del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Il piano di Trump, come molti altri prima di lui, si inserisce in questa cronologia dell’espropriazione. Promette un cessate il fuoco, ma non la libertà; parla di ricostruzione, ma senza restituire sovranità. È un progetto che “risolve” il conflitto disinnescando il diritto palestinese a decidere del proprio destino


Conclusione: il diritto negato di un popolo


Il popolo palestinese, da decenni, lotta non per la conquista ma per la sopravvivenza; non per il dominio ma per il diritto di esistere. Parlare di autodeterminazione non è una questione ideologica: è la base del diritto internazionale, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e da ogni convenzione sui popoli colonizzati. Eppure, ogni volta che i palestinesi rivendicano questo diritto, la loro richiesta viene letta come minaccia, la loro resistenza come terrorismo, la loro identità come problema da gestire.

La pace che non riconosce il diritto di un popolo a determinare se stesso non è pace, è dominio. E Gaza, oggi, ne è la prova più evidente: un territorio assediato, bombardato, controllato, ma mai ascoltato. Non ci sarà pace finché gli Stati Uniti continueranno a mediare ciò che hanno contribuito a distruggere, finché Israele potrà agire nell’impunità di un’alleanza politica e militare che legittima l’illegittimo. La pace non può essere scritta a Washington, né disegnata nei corridoi delle potenze.

Perché la pace vera non è il silenzio imposto dalle bombe, né la tregua amministrata dai governi. La pace vera è quella che restituisce ai palestinesi ciò che spetta loro da sempre: la libertà di esistere come popolo, di governarsi come nazione, di vivere senza occupazione né permessi, senza l’ombra costante di un cielo armato sopra la testa.

Il “piano di pace” di Trump, come tanti prima di esso, non chiude un conflitto: lo perpetua. È la continuazione di un ordine coloniale che si traveste da diplomazia e che pretende di costruire la pace senza la giustizia. Ma Gaza continua a ricordarci che la dignità non si negozia. Il popolo palestinese, dopo decenni di assedio, occupazione e silenzi internazionali, rappresenta oggi la frontiera più nuda del diritto umano universale: quello di scegliere la propria vita e la propria terra.

Finché questo diritto sarà negato, ogni piano di pace sarà solo un armistizio del potere. E finché il mondo non riconoscerà alla Palestina la piena autodeterminazione, non ci sarà né pace né sicurezza per nessuno — solo il prolungarsi, sotto nuovi nomi, della più antica forma di ingiustizia: il colonialismo.

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