Speranza e terrore: da dove esce Vladimir Putin?
- Giovanni Gemma
- 23 nov 2025
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 24 nov 2025

Un uomo solo alla guida del Paese più grande del mondo. Un autorevole leader in difesa delle tradizioni. Uno spietato tiranno assetato di sangue. Uno tsar con un piano di dominio. Un mediocre apparatčik intrappolato nella sua stessa reggia.
Di Vladimir Putin s’è detto tutto e il contrario di tutto. Se vogliamo conoscerlo bene – senza la pretesa di anticipare le sue mosse – conviene almeno conoscere la sua storia. E il contesto che lo ha portato (e relegato) per oltre vent’anni al Cremlino.
Il Vangelo
Prima di cominciare la panoramica sulla vita del presidente russo bisogna fare due premesse.
Prima premessa: Vladimir Putin e i suoi uomini hanno spesso e volentieri ridipinto parte delle stanze di vita del presidente. Ad esempio, sul suo trascorso nel KGB o sul suo lavoro nella San Pietroburgo dei primi anni Novanta. Questo ha creato una sorta di biografia parallela, comoda per la propaganda ma meno per la divulgazione.
Seconda premessa, questa più personale dell’autore di quest’articolo: è abbastanza in errore chi pretende di leggere la vita di Putin – e della “sua” Russia – con un fine preciso e immutabile sin dall’inizio, quasi come se fosse una sorta di Divino Provveditore. Putin e la Russia putiniana non sono un treno col suo capotreno, dritti su un paio di binari prestabiliti. Troppe variabili, troppa poca dottrina rispetto al pragmatismo mostrato per poter definire una ferrovia su cui far correre questo (immaginario) treno.
In entrambi i casi, stiamo vivendo in anni in cui la biografia di Putin spesso viene riletta alla luce di quello che è ora: un Vangelo per adepti o per critici.
Sia chiaro, qui non si ha intenzione di prendere le difese di un autocrate: chiunque abbia a cuore lo scrivere articoli dovrebbe avere a cuore persone come Anna Politkovskaja, uccisa da sicari nel 2006 dopo anni di inchieste sui crimini di guerra russi in Cecenia, negli anni in cui – come vedremo – Putin era arrivato ai vertici dei servizi di sicurezza, prima, e del governo della Federazione Russa, poi, gestendo direttamente la questione cecena.
Quello che si vuol portare con quest’articolo è uno scopo più limitato: un po’ di divulgazione sulla biografia di Vladimir Putin e sul contesto che l’ha portato ad essere uno dei playmaker più importanti e con meno scrupoli del XXI secolo.
Cosa fa un cekista?
Putin nasce nel 1952 in un quartiere abbastanza povero di Leningrado, l’attuale San Pietroburgo. È una città che si sta riprendendo ancora dalla Seconda guerra mondiale: un assedio da parte nazista, durato 900 giorni, l’aveva ridotta alla fame e in rovina, ma le tempistiche della pianificazione staliniana avevano portato a una ricostruzione a tappe rapide. (A proposito, il nonno Spiridon Putin era cuoco di Stalin.)
Della giovane vita tra i palazzoni popolari di Leningrado Putin ricorda volentieri spesso questo suo abituarsi all’uso della violenza – uso, a suo dire, che viene “razionalizzato” solo grazie alle lezioni di judo, che legheranno indissolubilmente l’aggressività alla disciplina e all’equilibrio dei colpi. Una mitizzazione dei primi anni che crea un’immagine dal forte contrasto con quella successiva, quella dello studente universitario di Legge che sogna di diventare uno 007 al servizio del KGB. E qui arriva, al di là delle letture psicologiste sull’infanzia, la parte interessante.
Reclutato dal KGB a metà anni Settanta, Putin fa una piccola carriera, lavorando prima a Leningrado e poi – dal 1985 al 1990 – a Dresda, città della Germania Est. Ha ricordi un po’ annoiati di questi anni: si descrive come un burocrate deluso dalle sue aspettative sul lavoro di agente segreto e disilluso dal sistema sovietico. Un racconto che combacia perfettamente con il temperamento da judoka e la sua successiva retorica di patriottico democratico. Insomma, nel KGB – in cui arriverà al grado di tenente colonnello, non male ma nemmeno eccellente – Putin si descrive come un passacarte stanco dell’apparato di repressione. Sensazione acuita a Dresda, città provinciale e molto più sonnacchiosa della capitale Berlino.
Inchieste successive – come il monumentale libro di Catherine Belton Gli uomini di Putin, che offre una sintesi di decenni di ricerche – hanno portato alla luce una realtà decisamente diversa. Il Putin agente a Leningrado era sì circondato da carte, ma era stato addestrato per scovare dissidenti e scoprire persone fidate nel “mondo di mezzo” tra l’apparato ufficiale, la criminalità, il contrabbando e la società sovietica. Addestrato, dunque, a muoversi tra i vicoli oscuri che il KGB usava per controllare l’URSS e costruire fondi comuni (obščak) segreti con cui alimentare le reti di approvvigionamento dei servizi segreti e degli alleati di Mosca. Se questo vi sembra il compito di un passacarte…
A Dresda la situazione si fa ancora più interessante. La relativa passività della città è utile per questo mondo di mezzo, che può agire oltre lo sguardo dei diplomatici e degli 007 di mezzo pianeta, concentrati nella Berlino divisa dal Muro. Putin in Germania è incaricato di tenere i contatti su due rami. Il primo: lo spionaggio industriale verso ovest e il contrabbando di prodotti tecnologicamente avanzati, un’impresa particolarmente redditizia per il KGB e i colleghi tedesco-orientali. Il secondo, più oscuro: l’addestramento, in appositi campi vicino la città, di infiltrati e terroristi della RAF che dovevano poi andare ad applicare quanto imparato qui in Germania Ovest. Forse il passacarte è proprio da accantonare.

Il tassista, il professore, il democratico
Il lavoro svolto a Dresda è evidentemente di qualità, ma Putin capisce che l’URSS e i suoi alleati sono giunti al capolinea. Meglio togliersi la divisa e mantenere i contatti, quindi.
È questo che fa tornando a Leningrado, città che proprio nel 1990 ritorna al vecchio nome imperiale. Una metropoli industriale e amministrativa impoverita dall’inflazione, dalla crescita della criminalità organizzata, dagli assalti degli oligarchi alle imprese di Stato e dal carovita. Una città che aveva perso lo smalto e sembrava ora sull’orlo della carestia, ora sull’orlo della guerra tra bande.
Il racconto del presidente è che l’ex agente segreto, rincasato, si mette a fare il tassista per arrivare a fine mese: un self-made man, dato che sarà sempre di sua iniziativa a proporsi al nuovo sindaco di San Pietroburgo. Anatolij Sobčak, professore universitario diventato la star del movimento democratico in città e così eletto sindaco, aveva una buona oratoria e una grande cultura, ma una scarsa conoscenza delle stanze del potere: la proposta di Putin l’aveva evidentemente convinto. Anche qui il racconto del presidente e la realtà non sembrano combaciare. La visione del tassista con esperienza burocratica che si propone al sindaco democratico di una metropoli in crisi è carina, avvincente, ma tralascia tanti piccoli particolari.
Putin non è solo un collaboratore di Sobčak: il primo cittadino lo nomina vicesindaco e gli affida la guida del Comitato per i rapporti internazionali. Ufficialmente, serve per attrarre investimenti (dall’estero, s’intende) e riattivare l’economia pietroburghese. Ufficiosamente, Putin usa i suoi contatti del mondo di mezzo per tenere insieme le anime rivoltose in città: mettendo il guinzaglio agli oligarchi e puntellando il dominio dell’obščak dell’ex KGB. Per farlo si immischia in loschi affari con i potenti clan della nuova mafia russa, i cui portavoce sono spesso vecchie conoscenze dei servizi segreti. Un vicesindaco di esperienza più con le conoscenze che con le carte bollate.
Gli anni Novanta in Russia sono un decennio spartiacque, caratterizzati dalla «dottrina shock» con cui il nuovo presidente democratico Boris El’tsin e il suo ministro Gajdar privatizzano il privatizzabile. Per il popolo russo, queste politiche si traducono in una povertà diffusa e dell’aggressione della nuova mafia. Ma intanto una nuova élite ha scavalcato il vecchio apparato di funzionari sovietici (compresi gli uomini del KGB): sono i cosiddetti oligarchi, imprenditori senza scrupoli che approfittano della situazione e delle loro conoscenze per ottenere privilegi e monopoli sull’ex patrimonio pubblico dell’URSS.
Farsi le ossa nella San Pietroburgo più povera dell’ultimo quarantennio serve a Putin per farsi notare anche a Mosca, dove le lotte al vertice diventano ogni anno più grottesche: da una parte il presidente El’tsin e la sua cerchia (la «Famiglia») si mostra prona agli interessi degli oligarchi, dall’altra chi tra i funzionari sovietici ha ancora a disposizione un certo potere economico (e chi se non gli agenti con l’obščak?) e vuole riprendere lo status perduto.
Putin, grazie alla sua carriera nel KGB e alla collaborazione con Sobčak, può essere l’anello di congiunzione tra due mondi, che si odiano. A Mosca il profilo del quarantenne deciso e ben inserito in circuiti sporchi è osservato con attenzione. La crisi politica generata dalla Prima guerra cecena, risultata in massacri e crimini nella repubblica separatista, spingeranno El’tsin verso il baratro. Per salvare gli apparati dello Stato russo, il presidente nominerà Putin direttore del FSB nel 1996.
Come allevare un presidente
Se vi sembra starno che un semplice tenete colonnello in congedo diventi capo dei nuovi servizi segreti russi, non preoccupatevi, è normale. Quello che rende Putin speciale, d’altronde, non è certo il grado: è il suo essere l’intersezione di vari interessi e gruppi di potere, che vedono nella sua persona – e nella sua carriera – una possibilità di compromesso. Solo che il nuovo direttore ha una scaletta dei favoriti: prima gli agenti dei servizi e gli apparatčik dello Stato russo, poi i gruppi (criminali o meno) che possono garantire loro stabilità indisturbata dalle pressioni della società civile, infine i magnati dell’economia. E ognuno di questi attori, chi più e chi meno, vede in Putin la strada per il proprio predominio
La Famiglia di El’tsin e gli oligarchi ad essa legati – una minoranza tra i magnati dell’economia, come poi avrebbero scoperto a loro spese – si illudono più di tutti. Ma intanto, dal 1996 al 1999, pompano la figura di Putin tra i ranghi del governo e sui media. Il direttore del FSB si mette subito al lavoro sulla questione cecena e ottiene grande risonanza, presentato come un uomo risoluto, capace e machiavellico. Non che si sia poi dimostrato falso: ma i russi dell’epoca, dal cittadino comune impoverito e impotente agli alti funzionari, lo accettano dinanzi al “male maggiore” che stanno vivendo – il terrorismo ceceno, i tentativi di secessione, i furti e i magheggi degli oligarchi, le città in preda alla criminalità, una vita magra e una nazione privata del proprio impero.
Il mito di Putin, che ancora oggi vive nonostante tanti acciacchi, nasce in questi anni e si struttura a partire da questi elementi. I nemici cambiano – i ceceni, i georgiani, gli ucraini, gli occidentali, i dissidenti, le persone LGBT+ e così via – ma il canovaccio resta: Putin è l’uomo forte che sa come risolvere la situazione in favore di una grande Russia. Un intero sistema di dominio mediatico, repressivo e patrimoniale si è costruito in trent’anni a favore di questo canovaccio. Se c’è disillusione, qualcosa non ha funzionato ma non è certo la persona del presidente.
Quanto Putin sia implicato in questo sistema è una domanda relativa. I sospetti, con grosse prove a favore, alzati sull’effettiva realizzazione da parte cecena di alcuni dei più sanguinosi attentati nelle città russe, la gestione approssimativa di altri situazioni d’emergenza, oggi il pantano ucraino: domandarsi se ci sia effettivamente la persona di Putin dietro questi fatti è superfluo. Egli ne ha potuto prima trarre e poi esercitare una delega in bianco su tutte le grandi questioni della Federazione Russa e dei suoi popoli, diventando e rimanendo il front officer di questo sistema. La stretta autoritaria ha colpito, come vedremo, i nemici; intanto, però, gli amici hanno avuto un quarto di secolo di accesso totale alle risorse dello Stato russo e dei suoi feudi.
Il passo decisivo arriva nel 1999. Dopo alcuni anni di instabilità e una perenne contrapposizione tra i parlamentari della Duma e il Cremlino, El’tsin nomina Putin primo ministro. (In realtà la carica è quella di «presidente del Governo», da distinguersi perciò dal «presidente della Federazione», che è il capo dello Stato. Per semplicità diremo primo ministro e presidente.) La Famiglia pensa di aver trovato un po’ di pace: l’idea è quella che Putin diventi il reggente dopo le dimissioni (per motivi di salute) di El’tsin alla fine dell’anno, e poi si candidi come presidente alle elezioni del 2000. Una sorta di patriottismo democratico che possa unire le aspettative degli apparatčik e degli oligarchi, senza turbare troppo la popolazione.

Un’illusione durata poco. Putin approfitta dello scontro tra gruppi di potere in Russia per imporre la propria autorità nel primo decennio del nuovo millennio, rimanendo al Cremlino fino ad oggi. Nei servizi, nelle procure, nei tribunali, nelle amministrazioni, nelle imprese partecipate: gli uomini e le donne del presidente impongono il primato del Cremlino grazie a reti di conoscenza, clientela, scambio di (grossi) favori, a volte in buona fede. Alcuni oligarchi, come Berezovskij e Khodorkovsij, provano a ribellarsi, ma si accorgono presto che la loro era è finita: i loro immensi patrimoni vengono smembrati e affidati a oligarchi amici del nuovo corso e a collaboratori diretti del presidente. Tra gli altri grandi protagonisti dell’economia di El’tsin, c’è chi – vedi Abramovič – passa dalla parte di Putin e chi invece – vedi Pugačëv – preferisce, un po’ pentito, ritirarsi a vita privata.
Anche i giornali indipendenti, passati da un decennio sotto la megamacchina mediatica degli oligarchi, si trovano ora schiacciati dall’altra pressa della censura di Stato. Così, il mito di Putin può stabilirsi senza troppi fastidi. Tuttavia, credere che il suo ormai pluridecennale governo sia solo un “incidente della Storia” dovuto ad un potere dispotico sarebbe un errore: la dimensione narrativa del presidente e del suo sistema di dominio hanno avuto e spesso hanno ancora una presa fortissima. I fasti imperiali, la forza militare, la sacralizzazione della tradizione, la riscoperta dei valori religiosi (specie ortodossi) e il mantra del decoro si sono sposati con le aspettative simboliche di larga parte dei russi, umiliati dagli oligarchi e dai potentati sovietici prima.
Perciò eliminare la persona di Putin dalla scena pubblica sarebbe un segno politicamente rilevante, sì, ma limitato: c’è un intero sistema ramificato al governo. Quanto questo sistema sia ormai incancrenito e pronto ad essere sostituito ce lo dirà la Storia.




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