L’invasione di Gaza City: la guerra di Netanyahu sotto processo
- Samuele Batistoni
- 2 ott 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 4 feb
Elicotteri, carri armati e soldati che sorridono e salutano alle telecamere prima di sfondare ed entrare dentro Gaza City: sono queste le immagini dell’invasione del 15 settembre.
Sono da poco le 22 ora italiana e il convoglio militare dell’IDF - schierato da Bibi Netanyahu e il Ministro della Difesa Katz - marcia sulle macerie di una città ormai distrutta da 711 giorni di guerra. Lo scopo? Prelevare gli ostaggi di Hamas e riportarli in Israele - o almeno così racconta Bibi Netanyahu.
Ma facciamo un passo indietro.
Le indiscrezioni dell’8 agosto
Di un piano per invadere Gaza City se ne parlava già dall’8 agosto, quando il giornalista Barack Ravid, citando un funzionario israeliano rimasto anonimo, ha riferito dell'approvazione del piano da parte del gabinetto di sicurezza. Il funzionario aveva anche affermato che l'operazione avrebbe comportato lo spostamento forzato di "tutti i civili palestinesi da Gaza City ai campi centrali e ad altre aree entro il 7 ottobre". Ulteriormente, sarebbe stato imposto un assedio ai militanti di Hamas e sarebbe stata condotta un’offensiva di terra a Gaza City.
Queste dichiarazioni, come ormai di consueto, lasciano in silenzio l’Occidente. L’unico ad esprimersi è il Primo Ministro inglese Starmer che in un comunicato afferma che questa operazione “porterà solo ulteriore spargimento di sangue".
Il via libera del 13 agosto
Pochi giorni dopo, il 13 agosto, il capo di stato maggiore dell’IDF Eyal Zamir approva la bozza generale dell’operazione. Non una data precisa per l’attacco, ma la cornice strategica di quella che sarebbe stata definita la “conquista” di Gaza City. In quelle stesse ore le brigate israeliane già colpivano quartieri come Zeitoun e Shejaiya, mentre a Gerusalemme si discuteva della mobilitazione di decine di migliaia di riservisti.
Ma proprio qui si apre una crepa profonda: Zamir, il generale chiamato a guidare le forze sul campo, avrebbe chiesto più tempo, rotazioni delle truppe, un minimo di respiro per soldati già provati da mesi di combattimento. Dall’altra parte, il governo Netanyahu-Katz spingeva per accelerare i tempi, inseguendo più la logica della dimostrazione di forza che una reale valutazione delle condizioni operative.
La tensione tra i vertici militari e quelli politici racconta molto: da un lato la prudenza di chi sa di dover combattere strada per strada, dall’altro l’arroganza di un esecutivo che sembra guardare più all’opinione pubblica interna e ai calcoli di potere che alle vite dei suoi stessi soldati e, ancor meno, a quelle dei civili palestinesi.
Quando i carri armati hanno sfondato i varchi il 15 settembre, dunque, non è stata solo l’ultima tappa di un piano iniziato un mese prima: è stato anche il segno che, ancora una volta, a prevalere non è stata la voce dell’esperienza militare, ma la volontà politica di un governo deciso a imporre la sua narrativa, anche a costo di ignorare i moniti dei suoi stessi generali - ed è qui che l’imprudenza di Bibi trova spazio.
L’invasione del 15 settembre
Alle 22 ora italiana, i carri armati dell’IDF hanno fatto il loro ingresso a Gaza City. Le telecamere hanno ripreso soldati sorridenti, che salutavano come se si trattasse di una parata, mentre dietro di loro le macerie raccontavano una città spenta da due anni di bombardamenti incessanti. Gli elicotteri sorvolavano i tetti distrutti, i mezzi corazzati avanzavano lentamente tra le rovine: immagini studiate, quasi confezionate per rassicurare l’opinione pubblica israeliana. Saranno 37 i raid in soli venti minuti.
Lo scopo dichiarato era “riportare a casa gli ostaggi”. Ma la scena che si è consumata non parlava di ostaggi, né di salvataggi: parlava di occupazione, di un esercito che entra con la forza in un centro urbano quasi già svuotato, con migliaia di civili invitati a fuggire giorni prima - molti di questi hanno preferito rimanere a Gaza City perché già furono costretti a dover traslocare più volte in questi due anni. Un’operazione tanto spettacolare sul piano simbolico quanto prevedibile sul piano militare, frutto di settimane di preparativi e di una decisione politica che non ammetteva rinvii. Hamas era pronto e si diceva che avesse “schierato” gli ostaggi sulla superficie, a mo’ di scudo umano; gesto non da poco che porta il presidente Donald Trump a scrivere su Truth: “Ho appena letto delle notizie sul fatto che Hamas ha sposato gli ostaggi in superficie per usarli come scudi umani contro l'offensiva di terra di Israele. Spero che i leader di Hamas sappiano a cosa vanno incontro se fanno una cosa del genere. Questa è un'atrocità umana, di cui pochi hanno mai visto l'uguale”.
Il governo israeliano, invece, ha preferito mostrare la sua ossessione per l’immagine e per la retorica della “conquista”. Netanyahu e Katz hanno spinto per una dimostrazione muscolare, presentando al mondo un’operazione come inevitabile e “necessaria”, ma senza rispondere alla domanda fondamentale: davvero questo ingresso porterà più sicurezza a Israele, o non rischia piuttosto di alimentare un conflitto senza fine?
Sul campo, intanto, resta la contraddizione più evidente. Mentre i vertici politici celebrano l’invasione come un successo, gli stessi generali che l’hanno messa in atto (Zamir in testa) avevano chiesto cautela. Invece, si è scelto di andare avanti comunque, con un tempismo che sembra dettato più dalle esigenze di un governo sotto pressione che da una reale valutazione militare.
Il governo sotto pressione
Non è soltanto il suolo di Gaza a tremare sotto i carri armati: è anche la politica israeliana che vacilla al suo interno. Netanyahu è da tempo sotto processo per corruzione (accuse di frode, abusi di fiducia e tangenti, proprio mentre ordina un’operazione militare di enorme portata).
Ieri, mentre i mezzi blindati avanzavano contro Gaza City, decine di famiglie degli ostaggi si radunavano fuori dalla sua residenza. Tra loro, la mamma di Matan Angrest, che ha urlato al primo ministro parole cariche di dolore: “Netanyahu, come dormi la notte? Io non dormo da quando mio figlio è prigioniero”.Saranno queste le ultime parole che udirà Netanyahu prima di scappare dalla sua residenza di Hazza Street a Gerusalemme.
È il grido disperato di chi sente che la politica ha scelto la guerra, invece di un percorso reale per riportare a casa i propri cari.
E la pressione sembra farsi sempre più insostenibile: il processo di corruzione non è secondario affatto, ma pesa sulle sue azioni, sulle sue scelte pubbliche, obbligandolo (forse) ad accelerazioni forzate, a decisioni prese in fretta per salvare la sua faccia più che le vite. Il governo appare così sospinto da motivazioni politiche ed elettorali (la fiducia da mantenere in casa, l'immagine internazionale da controllare - quella soprattutto) più che da una strategia seria per la pace o per la protezione degli ostaggi.
Cosa rappresenta la conquista di Gaza City?
L’invasione del 15 settembre non è solo il culmine di un piano militare elaborato da settimane, ma diventa soprattutto il riflesso di un regime che inciampa nelle sue stesse promesse: promette salvezza, sicurezza, liberazione, ma mostra invece divisioni, omissioni, ambiguità. Mentre le famiglie urlano per i loro figli, mentre i generali mettono in guardia e chiedono tempo, il governo decide la sua mossa più drammatica, significativa e spettacolare.
E allora resta la domanda da un milione di dollari: tutto questo è davvero per gli ostaggi, per la sicurezza, per Gaza — o è per Netanyahu stesso? Per l’immagine, per la tenuta del suo potere? Gaza City cade, le bombe cadono, la guerra continua.




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