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Mediterraneo orientale: perché Grecia e Turchia sono tornate in rotta di collisione

Nel Mediterraneo orientale, la storica rivalità tra Grecia e Turchia è entrata in una nuova fase di crescente tensione. Le controversie sulla delimitazione degli spazi marittimi, l’intensificarsi delle attività militari nel Mar Egeo e il progressivo deterioramento del dialogo diplomatico hanno riportato al centro dell’agenda regionale il confronto tra Atene e Ankara. In un contesto geopolitico segnato da profonde trasformazioni e da nuove sfide alla sicurezza, le relazioni tra i due Paesi rappresentano uno dei principali fattori di instabilità in un’area strategica per gli equilibri euro-mediterranei.

Le radici della competizione tra i due Paesi sono profonde e mai realmente risolte. In seguito alla dissoluzione dell’Impero ottomano e ai conflitti che hanno caratterizzato il Novecento, la questione cipriota è emersa come il principale nodo irrisolto delle relazioni bilaterali. Nel 1974, l’intervento militare turco nella parte settentrionale di Cipro, avvenuto in risposta al colpo di Stato sostenuto dalla giunta militare greca, determinò la divisione dell’isola. Da allora, la frattura cipriota continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità nel Mediterraneo orientale e uno degli elementi centrali della rivalità tra Grecia e Turchia.

Nel corso degli ultimi decenni, il baricentro del conflitto si è progressivamente spostato dal piano territoriale a quello marittimo. La scoperta di importanti giacimenti di gas naturale e la crescente rilevanza delle rotte commerciali hanno trasformato il Mediterraneo orientale in uno spazio strategico fortemente conteso. Al centro della controversia vi è la questione delle Zone Economiche Esclusive (ZEE), ossia le aree marine che si estendono fino a 200 miglia nautiche dalle coste di uno Stato e all’interno delle quali quest’ultimo esercita diritti sovrani relativi all’esplorazione, allo sfruttamento e alla gestione delle risorse naturali, compresi i giacimenti sottomarini di petrolio e gas.

La divergenza tra le parti trae origine da interpretazioni contrapposte del diritto internazionale. La Grecia, richiamandosi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), sostiene che anche le isole godano del pieno diritto di generare Zone Economiche Esclusive e piattaforme continentali. In tale quadro normativo, il diritto internazionale riconosce ad Atene la facoltà di estendere il proprio mare territoriale fino a dodici miglia nautiche. La Turchia considera tuttavia questa eventualità inaccettabile nel contesto del Mar Egeo, poiché ritiene che essa ridurrebbe drasticamente gli spazi disponibili per la navigazione e limiterebbe l’accesso alle risorse.

Ankara, che non ha ratificato la Convenzione, respinge in particolare tale interpretazione quando essa riguarda le isole greche prossime alle proprie coste, come Kastellorizo, Rodi e Samo. Secondo la posizione turca, una simile applicazione del diritto internazionale finirebbe per restringere in maniera sproporzionata l’accesso della Turchia al Mediterraneo orientale, compromettendo al contempo la sua libertà di navigazione.

In questo contesto si inseriscono le indiscrezioni relative a una possibile iniziativa legislativa turca finalizzata a rafforzare e formalizzare le proprie rivendicazioni marittime. L’obiettivo sarebbe quello di tradurre in norme interne le posizioni già sostenute da Ankara in merito alle delimitazioni marittime nel Mediterraneo orientale e al ruolo delle isole nel Mar Egeo. Dal punto di vista turco, una simile misura rappresenterebbe uno strumento necessario per la tutela di interessi strategici ed energetici in un’area considerata cruciale per la sicurezza nazionale.

Numerosi analisti riconducono tale impostazione alla dottrina della Mavi Vatan (“Patria Blu”), una visione geopolitica che attribuisce alla Turchia un ruolo centrale nel controllo del Mar Nero, del Mar Egeo e del Mediterraneo orientale. Questa dottrina promuove una presenza marittima più assertiva e una maggiore proiezione del Paese lungo le principali rotte energetiche della regione.

Parallelamente, Ankara accusa da tempo Atene di procedere alla militarizzazione delle isole greche situate in prossimità della costa turca, in presunta violazione di alcuni accordi internazionali. La Grecia, dal canto suo, sostiene che il rafforzamento delle proprie capacità difensive costituisca una risposta necessaria alle pressioni e alle minacce provenienti dalla Turchia. La tensione è riemersa anche recentemente in seguito al dispiegamento di sistemi missilistici Patriot sull’isola di Karpathos, episodio che ha suscitato nuove proteste da parte turca e che Atene ha giustificato come una misura esclusivamente difensiva.

Le tensioni tra i due Paesi si riflettono altresì sul piano economico. Negli ultimi giorni, la Grecia ha richiesto l’intervento dell’Unione europea in relazione a presunte attività di pesca illegali condotte da imbarcazioni turche nelle acque contese del Mediterraneo orientale, evidenziando come la disputa riguardi non soltanto aspetti militari e giuridici, ma anche lo sfruttamento delle risorse marine.

Un ulteriore elemento di attrito è rappresentato dagli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, passaggi fondamentali per il traffico marittimo tra il Mar Nero e il Mediterraneo. La recente definizione di tali passaggi come “stretti turchi” da parte di Ankara ha suscitato la protesta della Grecia, secondo cui tale denominazione risulterebbe incoerente con il testo della Convenzione di Montreux, che fa riferimento agli stretti utilizzando la formula “Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo”. La Turchia, per contro, ha definito la posizione greca “deplorevole” e politicamente motivata, accusandola di distogliere l’attenzione da questioni più rilevanti per la sicurezza internazionale e di non contribuire né a un dialogo costruttivo né alla stabilità regionale.

Consapevole della propria inferiorità economica, militare e demografica rispetto alla Turchia, la Grecia ha progressivamente cercato di colmare il divario attraverso la costruzione di una rete di alleanze regionali. Il principale pilastro di questa strategia è rappresentato da Israele. Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Tel Aviv successivamente al 2010 ha infatti favorito un rapido avvicinamento tra Grecia, Cipro e Israele, accomunati dall’interesse strategico di contenere l’espansione dell’influenza turca nel Mediterraneo orientale.

La cooperazione tra questi attori si è sviluppata soprattutto nei settori energetico e della sicurezza, attraverso esercitazioni militari congiunte, forme di coordinamento marittimo e progetti infrastrutturali quali EastMed, concepito per collegare i giacimenti del Levante ai mercati europei passando attraverso Grecia e Cipro. Parallelamente, si è rafforzato anche il ruolo della Francia, che negli ultimi anni ha intensificato la cooperazione strategica con Atene, sostenendo le posizioni greche e cipriote nel confronto con Ankara.

Il Mediterraneo orientale continua dunque a configurarsi come uno degli spazi più instabili e strategicamente significativi dell’intero scenario euro-mediterraneo. La rivalità tra Grecia e Turchia non riguarda più esclusivamente dispute storiche o questioni territoriali, ma si inserisce all’interno di una competizione più ampia che coinvolge la sicurezza energetica, il controllo degli spazi marittimi e la ridefinizione degli equilibri regionali.

In tale contesto, il consolidamento dell’asse tra Grecia, Cipro, Israele e Francia rappresenta per Atene un fondamentale strumento di bilanciamento nei confronti della crescente assertività turca. Al tempo stesso, tuttavia, tale dinamica contribuisce ad accentuare la polarizzazione geopolitica dell’area, alimentando ulteriormente le tensioni in una regione già caratterizzata da fragili equilibri strategici.

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