Nord e Sud, due Italie del welfare
- Riccardo Quarta
- 11 nov 2025
- Tempo di lettura: 5 min

L’Italia continua a essere un Paese spaccato in due. Il divario tra Nord e Sud nel livello dei servizi sociali, sanitari e assistenziali si allarga, e lo fa in modo costante. È quanto emerge dal Rapporto 2025 “Welfare, Italia”, promosso da Unipol con The European House–Ambrosetti. L’indice sintetico del benessere sociale, costruito su 22 indicatori che misurano istruzione, sanità, previdenza e servizi sociali, mostra una distanza di 23,6 punti tra la regione più virtuosa e quella con le performance peggiori, in aumento del 9% rispetto al 2023.
A guidare la classifica ci sono la Provincia autonoma di Trento (83,8 punti), seguita da Bolzano (80,4) e Friuli Venezia Giulia (78,3). Sul fondo, invece, Campania (62,0), Basilicata (60,7) e Calabria (60,2). Il quadro disegna due Italie che viaggiano a velocità opposte: una, nel Nord, dove le politiche pubbliche riescono a garantire servizi efficienti e accesso equo; l’altra, nel Mezzogiorno, dove la qualità della vita dipende ancora troppo spesso dalle condizioni economiche e dall’efficacia limitata delle amministrazioni locali.
La disparità territoriale è ormai un fattore strutturale, non episodico. Lo confermano anche gli indicatori relativi alla spesa sanitaria regionale: la differenza tra il Trentino-Alto Adige e la Calabria supera i 1.000 euro pro capite l’anno. Il divario non riguarda solo la quantità di risorse, ma anche la capacità di spenderle: nelle regioni più deboli, oltre il 30% dei fondi destinati alla sanità non viene utilizzato nei tempi previsti, rallentando la modernizzazione delle strutture.
Spesa pubblica: troppa previdenza, poca istruzione
Nel 2024 la spesa pubblica per il welfare ha raggiunto 669,2 miliardi di euro, pari al 60,4% del totale della spesa pubblica e al 35,5% del Pil. Un dato imponente, ma ingannevole. Come sottolineano gli autori del rapporto, “il problema non è quanto spendiamo, ma come spendiamo”. La voce previdenza, che include pensioni e indennità, assorbe da sola il 16% del Pil, contro una media europea del 12,3%. I settori più dinamici — istruzione, politiche attive per il lavoro e sostegno alla natalità — restano invece sottodimensionati: all’istruzione va solo il 3,9% del Pil, mentre l’Unione Europea ne destina in media il 4,6%.
Questa sproporzione si riflette direttamente sugli indicatori sociali. La dispersione scolastica tra i 18 e i 24 anni è al 9,8%, ancora lontana dall’obiettivo europeo del 9%; la quota di laureati tra i 25 e i 34 anni è ferma al 31,6%, contro il 44,1% europeo. Anche la disoccupazione giovanile, al 19,3%, rimane tra le più alte d’Europa. È un circolo vizioso: meno istruzione significa meno produttività e minori entrate fiscali, che a loro volta limitano la capacità di investimento dello Stato.
Il sistema pensionistico, nel frattempo, continua a crescere: nel 2025 la spesa previdenziale raggiungerà i 340 miliardi, trainata dall’aumento dell’età media e dal rallentamento demografico. “L’Italia destina molte risorse al passato e troppo poche al futuro”, ha commentato l’economista Veronica De Romanis. Senza una revisione della spesa, aggiunge, “rischiamo di compromettere la sostenibilità del welfare nel giro di due decenni”.
Declino demografico e capitale umano in fuga
Il Rapporto dedica un intero capitolo alla crisi demografica. Nel 2024 le nascite sono scese sotto quota 370.000, minimo storico assoluto. Secondo le proiezioni Istat, la popolazione italiana passerà dagli attuali 58,9 milioni a 54,8 milioni nel 2050, e a 46 milioni nel 2080. La quota di over-65 salirà dal 24,7% al 34,9%, mentre la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) calerà di quasi dieci punti percentuali.
La combinazione di denatalità e invecchiamento incide sulla produttività e sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Sempre più giovani scelgono di trasferirsi all’estero: nel solo 2024 hanno lasciato l’Italia oltre 150mila cittadini sotto i 35 anni, per lo più laureati o con competenze tecniche. Secondo il Centro Studi Idos⁴, il Paese perde ogni anno capitale umano per un valore stimato di 12 miliardi di euro, tra costi formativi e mancati contributi.
A livello territoriale, il fenomeno è ancora più marcato: dal Mezzogiorno partono ogni anno decine di migliaia di giovani diretti verso le regioni settentrionali o all’estero. Una migrazione silenziosa ma costante, che svuota il Sud di competenze e prospettive. Le motivazioni sono note: scarse opportunità di lavoro qualificato, stipendi più bassi, infrastrutture carenti e una rete di servizi meno efficiente. Il Nord, al contrario, continua ad attrarre manodopera e capitale umano, creando un ulteriore squilibrio interno.
Nel 2024 oltre 49 mila laureati hanno lasciato il Paese. Una fuga di competenze che il Rapporto quantifica in 6,9 miliardi di euro l’anno di costo per il sistema nazionale. Ma il problema non riguarda solo chi parte: l’Italia si dimostra incapace anche di attrarre talenti dall’estero. Tra i Paesi europei è quartultima per capacità di richiamare studenti universitari stranieri, e presenta quote minime di lavoratori immigrati ad alta qualifica.
Riforme e prospettive: un piano per ricucire il Paese
Gli esperti del think tank individuano una serie di interventi prioritari: riequilibrare la spesa pubblica, rafforzare il pilastro educativo, e introdurre un Fondo nazionale per l’equità territoriale che coordini le politiche sociali regionali. L’obiettivo è garantire standard minimi uniformi per sanità, istruzione e assistenza, indipendentemente dal luogo di residenza.
Il Rapporto propone inoltre di innalzare progressivamente la spesa per istruzione al 4,5% del Pil entro il 2027, e quella per le politiche sociali al 6%, allineandole alla media europea. Sul fronte sanitario, si raccomanda di incrementare la quota destinata alla prevenzione (oggi solo il 5,6% della spesa pubblica) e di potenziare la medicina territoriale. A livello di governance, gli autori invocano un coordinamento più efficace tra governo centrale e Regioni, per evitare duplicazioni e sprechi.
Il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, ha commentato i risultati parlando di “un segnale chiaro della necessità di ripensare il modello di welfare, puntando su formazione, inclusione e lavoro femminile”. Il governo, ha aggiunto, “sta lavorando a una legge delega sulla riforma del welfare familiare e sulla conciliazione vita-lavoro”.
Crescita e inclusione: il potenziale di una strategia condivisa
L’analisi del think tank chiude con una simulazione: se l’Italia raggiungesse la media europea per tasso di occupazione femminile, giovanile e di lavoratori stranieri qualificati, il Pil aumenterebbe di 226 miliardi di euro (+10,6%) e si creerebbero 2,8 milioni di posti di lavoro aggiuntivi. I benefici non sarebbero solo economici: il rafforzamento del capitale umano contribuirebbe anche a ridurre i divari territoriali e sociali, stimolando innovazione e fiducia nel sistema.
Ma il nodo resta la mancanza di una strategia nazionale integrata. Gli esperti sottolineano che l’Italia ha moltiplicato gli strumenti, ma senza una regia comune.
Ogni regione agisce in modo autonomo, e questo alimenta le diseguaglianze. “Serve un patto sociale nuovo, fondato su istruzione, lavoro e coesione”, si legge nelle conclusioni. “Solo così il welfare può tornare a essere un motore di sviluppo, e non un fattore di spesa”.
E per non restare intrappolata nel paradosso di un Paese che spende tanto ma cresce poco, l’Italia deve trasformare la spesa sociale in investimento produttivo. In gioco non c’è solo la tenuta del sistema, ma il futuro stesso della società italiana.




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