Netflix vs Warner Bros: il cinema oltre il rischio
- Ludovica Vizzini
- 3 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
Netflix vs Warner Bros: il cinema oltre il rischio
Dio è morto, il cinema anche?
«Oggi il cinema, almeno come lo intendevo io, è morto. Il digitale è la morte del cinema (...). La guerra è persa».Non è un caso che le parole di Quentin Tarantino oggi tornino a risuonare con forza alla notizia del passaggio di uno dei più grandi studi hollywoodiani, Warner Bros, sotto il controllo del gigante dello streaming Netflix. Sebbene richieda ancora l'approvazione delle autorità di regolamentazione per essere finalizzato, l’accordo implicherebbe l’integrazione dei franchise coinvolti e dei contenuti HBO nella piattaforma di intrattenimento, che alla cifra di circa 83 miliardi di dollari si assicura un massiccio vantaggio competitivo nel mercato globale. La dichiarazione di Tarantino al Festival di Cannes nel 2014 anticipa che a mutare, in questo momento storico, non è soltanto la tecnologia, ma l’intero rituale collettivo dell’esperienza cinematografica. Nonostante il regista abbia successivamente attenuato la propria posizione — anche alla luce dell’affluenza registrata alla riapertura della sua sala di Los Angeles nel periodo post-pandemico — le sue parole conservano una portata quasi “nietzschiana”, nel senso di un annuncio di morte che riguarda un sistema di valori prima ancora di una pratica materiale. Per quanto dirompente, l’acquisizione di Warner Bros da parte di Netflix non ucciderebbe il cinema, ma lo renderebbe visibile nella sua trasformazione. La questione, allora, non è — in modo sterile e nostalgico — se “era meglio prima”, ma piuttosto cosa viene dismesso e cosa si ri-configura nel passaggio da un “modello di cinema” a un “modello di contenuti”.
Quando il rischio esce di scena
La notizia dell’acquisizione non rappresenta una frattura, ma rivela una logica industriale già pienamente operativa, le cui radici risiedono nella produzione più che nella distribuzione. Il cinema rinuncia alla propria funzione sperimentale quando il rischio — economico e narrativo — diventa un’anomalia da contenere. In questo sistema, il film deve garantire continuità rispetto a universi narrativi espandibili e assicurare ritorno sull’investimento come un asset capitalizzabile su più piattaforme. Da motore della creatività, il rischio diventa una variabile da minimizzare, a favore della standardizzazione e della prevedibilità del gusto. Nel modello streaming il successo di un film non è misurato dalla sua tenuta nel tempo, ma da metriche immediate che penalizzano l’assenza di gratificazione immediata e la possibilità che lo spettatore risulti trasformato o addirittura frustrato dall’esperienza. Il confronto con il progetto di Dziga Vertov, cineasta sovietico che negli anni della guerra civile analizza il ruolo cruciale dello spettatore, rende evidente questa trasformazione: per Vertov, il cinema è una macchina epistemologica che deve “cinetizzare” le masse, alfabetizzando percettivamente una società in rapido cambiamento. Nell’epoca di iper-accessibilità odierna la disponibilità tecnica non corrisponde a una reale alfabetizzazione filmica. Gli spettatori ne risultano profilati e prevedibili, come se l’industria contemporanea avesse rinunciato all’ambizione di incidere sulla consapevolezza dello spettatore, facendo coincidere la fine del rischio con la fine del progetto di trasformazione collettiva del pubblico.
Dal film come opera al film come flusso
L’effetto di questa anestetizzazione del rischio è la creazione non di un’opera finita, ma di un oggetto fluido e misurabile. Il cinema contemporaneo è pensato per essere interrotto, consumato a frammenti, riavviato, passando da evento eccezionale a contenuto sempre disponibile.
Il filosofo Walter Benjamin aveva già individuato la crisi dell’aura nei suoi studi sulla riproducibilità tecnica agli inizi del ventesimo secolo; con l’avvento delle piattaforme digitali, il fenomeno è portato all’estremo. Il film è integrato in un sistema di consumo costante, dove la soglia tra vita quotidiana e fruizione cinematografica si dissolve. Se per Benjamin la perdita dell’aura apriva anche una possibilità emancipativa, in questo contesto la riproducibilità non democratizza l’esperienza, la dissolve in una continuità senza soglie. Durata, ritmo e attenzione diventano variabili ottimizzate per l’algoritmo: a morire davvero non è il cinema come linguaggio, ma il film come esperienza finita e come spazio in cui lo spettatore può essere messo alla prova. L’ingresso delle piattaforme streaming nelle case- a inizio 2025 si contavano nel mondo circa 300 milioni di abbonati a Netflix - coincide con l’abbandono dei tradizionali metodi di fruizione come DVD e Blu-ray. Inoltre, l’abitudine di frequentare le sale cinematografiche è in calo, complici i prezzi più alti e una diffusa ipocondria post-Covid. A dettare le nuove abitudini degli amanti dell’audiovisivo contribuiscono anche problemi strutturali del settore, tra cui logiche di investimento non allineate al gradimento del pubblico e una carente comunicazione del valore unico dell’esperienza in sala.
Lo spettatore nell’era dello streaming
Se l’acquisizione di Warner Bros da parte di Netflix è la conferma che il cinema è ormai parte dell'ecosistema di una società di informazione in cui lo spettatore è tracciato e profilato, l’attenzione del pubblico passa quindi dall’essere uno strumento per la sospensione dell'incredulità e la partecipazione condivisa ad essere capitale da ottimizzare. Il film è valutato non per il suo impatto, ma per l’efficienza con cui cattura l’attenzione, dando origine a un paradosso importante: più contenuti disponibili, meno esperienza significativa. È tuttavia fondamentale specificare che il paradosso della libertà creativa non riguarda il cinema contemporaneo nella sua interezza: è sempre più evidente la differenza tra film indipendenti e franchise di successo che invece esemplificano la rottura con la messa alla prova dello spettatore. La possibilità di esperienze cinematografiche “rischiose” sopravvive così solo in contesti più piccoli e sperimentali. Ciò conduce inevitabilmente a una polarizzazione tra i cinefili alla ricerca di pellicole d’essai, introvabili su Netflix e piattaforme simili, e il pubblico privilegiato dai grandi operatori dello streaming, che predilige titoli accattivanti e trame spettacolari spesso a discapito della qualità. Il cinema è tradizionalmente un rischio non solo per il produttore, ma anche per lo spettatore: richiede impegno, un investimento di tempo e denaro e un livello di attenzione che non può sopravvivere quando l’esperienza è continuamente interrompibile, ridotta a rumore di sottofondo durante una sessione di doom scrolling sui social media o abbandonata se non si rivela sorprendente già dai primi minuti.
Dalla sala all’algoritmo
Nel contesto del cinema mainstream, film straordinari continuano ad esistere, ma perdono la loro centralità. Titoli indipendenti come “Anora” di Sean Baker- giudicato dall’ Academy miglior film del 2025- o “Everything Everywhere all at once” conquistano critica e pubblico, ma rimangono al margine della coscienza collettiva globale. Il cuore dell’industria rimane nell’ecosistema di merchandising, spin- off e social media legato ai contenuti delle piattaforme streaming: universi espandibili e seriali, come quello Marvel o del recente fenomeno globale di “Stranger Things”. Nell’esperienza cinematografica odierna, autoplay e raccomandazioni algoritmiche cancellano qualsiasi rituale di sospensione. Non è l’arte di fare film a scomparire, bensì il suo baricentro a spostarsi: la sfida futura, infatti, è la capacità del cinema di riconquistare il suo spazio di sospensione, tornando alla condizione originale di forma d’arte imperfetta, e per questo, più autentica. Se il cinema è morto non è perchè esistono le piattaforme, ma perchè abbiamo smesso di desiderare un’esperienza che in cambio ci chieda di accettare il buio, il silenzio, l’impossibilità di interrompere. Abbiamo smesso di restare anche quando il film ci mette a disagio, quando non capiamo. E l’unica opportunità per una rinascita non è ritornare alla proiezione su una pellicola, ma solo accogliere la vulnerabilità di un cinema rischioso.

Commenti