“Ungheria agente di Mosca”: le accuse di Kiev
- Pablo De Ciantis
- 3 ott 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Il primo di ottobre, la presidenza danese ha ospitato un vertice informale tra i capi di governo dell’Unione Europea. Aveva carattere informale non a caso: la decisione di non adottare una dichiarazione finale è una chiara scelta politica, un tentativo di favorire un dialogo aperto e sincero tra i 27.
Al centro del dibattito i recenti episodi di guerra ibrida e le possibili contromisure, ma anche la gestione degli asset russi congelati e l’avanzamento del processo di adesione all’UE di Kiev.
Si cerca unanimità e concretezza, ma l’adunanza restituisce solo irresolutezza: un immobilismo politico che costringe i suoi membri a un ruolo di secondo piano nel teatro delle relazioni internazionali. Qualcuno direbbe che è un classico dell’Unione.
il paradosso è che, per quanto possa sembrare strano, c’è qualcosa di ancora più deleterio della semplice inefficacia decisionale. È il caso di un Paese che negli ultimi anni è andato ben oltre, facendosi portatore di una feroce contronarrazione, antitetica rispetto alla direzione comune: l’Ungheria.
È una battaglia continua, una frattura ideologica insanabile, quella che intercorre tra la commissione europea e i magiari. E mentre Bruxelles cerca invano di ricucire gli strappi in tema esteri, la retorica infiammatoria del governo ungherese divampa e ricalca con sempre maggiore precisione il tratto del Cremlino.
Visti i toni, è naturale sovvengano dei sospetti circa la completa adesione del “dictator” ungherese alla causa occidentale. In tempi di guerra, una guerra che è anche nostra, come ha recentemente ricordato il primo ministro polacco Donald Tusk, nulla è da dare per scontato, specialmente se alle parole seguono dei fatti molto gravi.
E in effetti, le accuse del governo ucraino aprono lo spiraglio a uno scenario potenzialmente più pericoloso e significativo di qualche parola fuori posto: e se l’Ungheria stesse cospirando contro l’Occidente?
DENTRO LE ACCUSE DI KIEV
Budapest ha più volte fatto ricorso al veto come strumento di pressione, bloccando pacchetti di sanzioni o rallentando l’approvazione degli aiuti a Kiev. Spesso queste resistenze non nascono da un reale disaccordo di merito, ma dall’intento di ottenere concessioni su altri fronti: lo sblocco dei fondi europei sospesi per violazioni dello Stato di diritto, o condizioni più favorevoli sui dossier energetici.
È una tattica ben nota a Bruxelles: l’Ungheria brandisce il proprio voto come un’arma negoziale, trasformando ogni decisione in una leva politica. Una prassi che non fa altro che alimentare ulteriormente i legittimi sospetti di ambiguità strategica, soprattutto quando, come oggi, l’Europa è chiamata a reagire compatta a una minaccia esterna.
E allora, quelle che potrebbero sembrare delle semplici incrinature, rischiano di rivelarsi fenditure ben più profonde, come nel caso dei rapporti con Kiev.
Caso emblematico è quello della Transcarpazia, regione ucraina al confine con l’Ungheria dove vive una consistente minoranza magiara. Ai primi di maggio, le autorità ucraine avevano annunciato di aver smantellato una rete di spionaggio legata ai servizi segreti ungheresi. Secondo l’intelligence ucraina, l’attività non si sarebbe limitata alla raccolta di informazioni militari, ma avrebbe anche sondato il sentimento locale circa l’eventualità di uno stazionamento di truppe ungheresi, alimentando congetture su possibili mire destabilizzatrici.
La vicenda ha innescato una crisi diplomatica senza precedenti: Kiev ha sospeso i colloqui con l’Ungheria sulla tutela delle minoranze locali, mentre Budapest ha risposto espellendo diplomatici ucraini. Le relazioni bilaterali, già logorate da mesi di incomprensioni, sono scivolate su un piano di aperta ostilità.
IL CASO DEI DRONI UNGHERESI
Zelensky, intervistato da Válasz Online - prima volta con un media ungherese, a sottolineare la gravità dell’accaduto -, aveva accusato Orbán di stare oltrepassando i confini della sovranità ucraina.
E se qualcuno può pensare si trattasse di un caso isolato, o magari di una semplice incomprensione, c’è un nuovo incidente diplomatico, più recente, che sembra dare continuità ai timori dei vertici ucraini.
Il 26 settembre, Kiev denuncia movimenti sospetti in Transcarpazia, al confine con i magiari. Le accuse riguardano lo sconfinamento di alcuni droni di ricognizione ungheresi. Il presidente ucraino ha parlato di episodi “molto insoliti”, avvertendo che, se dovessero ripetersi, l’Ucraina “reagirà in modo adeguato”, lasciando intendere che verrebbero abbattuti.
Il caso è poi deflagrato sui social, con un acceso botta e risposta tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo ucraino. Nello specifico, lo scontro diplomatico prende piede su X: Péter Szijjártó nega tutto e imputa a Zelensky di “vedere cose che non esistono”. Andrii Sybiha ribatte pubblicando il percorso dei droni individuati e parlando di operazioni di ricognizione condotte da Budapest per conto di Mosca, accusando l’Ungheria di stare collaborando attivamente all’aggressione russa.
Quel che resta di questo “processo”, al di là dei documenti probatori forniti da Kiev, è l’immagine di un Paese che, pur essendo membro dell’Unione Europea e della NATO, non riesce a dissipare i dubbi sulla propria lealtà al fianco occidentale.
I RISCHI PER LA SICUREZZA EUROPEA
La questione ungherese non è solo un fastidio per l’agenda di Bruxelles, ma anche sintomo di un ampio problema di sicurezza collettiva: dimostra come un singolo Stato membro possa bloccare o condizionare intere strategie comuni. Addirittura, come in questo caso, collaborando direttamente con lo schieramento avverso.
Orbán è consapevole dell’importanza strategica del suo Paese: l’Ungheria condivide circa 130 chilometri di confine con l’Ucraina, ed è geograficamente e politicamente parte integrante dell’Europa. Il capo di governo ungherese si muove su un equilibrio precario, evitando sapientemente entrambi gli estremi: da un lato lo spettro dell’articolo 7 del TUE, che potrebbe portare alla sospensione dall’Unione; dall’altro la perdita dei vantaggi derivanti dai rapporti privilegiati con Mosca.
Di fronte a questi continui giochi di prestigio, c‘è un’Europa che, proprio mentre fronteggia la minaccia più grande dai tempi della Guerra Fredda, si trova intrappolata nelle proprie contraddizioni, incapace di reagire adeguatamente.
E quella dell’Ungheria di Orbán non è l’unica voce dissidente: la Slovacchia di Robert Fico ha più volte espresso posizioni scettiche sugli aiuti a Kiev e sulla linea dura delle sanzioni. A rendere il quadro ancor più instabile sono le imminenti elezioni in Repubblica Ceca, dove il voto potrebbe rafforzare i partiti euroscettici e nazionalisti, spostando l’ago della bilancia verso un’ulteriore frammentazione interna.
In questo crogiolo di incognite, una sola certezza: la Russia non combatte soltanto con i carri armati, i droni e gli attacchi informatici, ma anche sfruttando i veti, le esitazioni e le debolezze interne dei suoi avversari politici. Se l’Unione Europea non riuscirà a colmare questa vulnerabilità e ad agire compattamente, come fosse uno Stato unico, rischia di offrire a Mosca la più grande delle vittorie: un’Europa divisa, incapace di difendere sé stessa e i suoi cittadini.




Commenti