Tre anni di Meloni, l'inaspettata stabilità
- Giovanni Gemma
- 24 ott 2025
- Tempo di lettura: 7 min

Il 22 ottobre 2022 si insediava il governo Meloni. Il primo esecutivo guidato da una donna, quello più a destra dai tempi del governo Tambroni. E oggi, dopo tre anni, è ancora stabilmente lì – pronto a prendersi lo scettro di governo più longevo della Repubblica.
Qual è il segreto di questa stabilità? Qui proveremo a fare un’ipotesi – e poi lasceremo alla Storia la sentenza.
Great Expectations
Facciamo un giochetto. Prendete i tre anni appena passati e provate a ricordarvi una cosa, una gran cosa, che ha influenzato le vostre vite, la vita pubblica italiana o almeno la percezione che avete di questa – una gran cosa che viene dal governo. Una cosa tipo la gestione della pandemia, il Reddito di cittadinanza, il Jobs Act, gli accordi con la Libia ecco. Se non ne avete trovate, non vi preoccupate. Se l’avete trovata ma non vi sembra così grande, potete stare tranquilli comunque.
Il governo Meloni procede così: in campagna elettorale (una campagna senza fine, anche dal ponte di comando) i toni sono altissimi, però la loro traduzione in atti – quando avviene – è quantomeno minimal. Eppure le paure delle opposizioni sono grosse: governo autoritario, al limite fascista, una presidente wannabe autocratica, una compressione degli spazi partecipativi, una riduzione del Parlamento a organo di ratifica e un imbonimento demagogico. Al di là del gioco elettorale, delle due l’una: o questo governo ha tendenze autoritarie davvero, o quelle dell’opposizione sono paure superflue.
E soprattutto: se è vera la prima considerazione, come può conciliarsi con quest’assenza di grandi riforme, cambiamenti, imprese? Come possono stare insieme un governo definito pericoloso e un panorama esecutivo grigio e mesto?
Amministrazione vs legislazione
Forse la risposta non è da cercare tra i massimi sistemi: nessun passo dell’oca, nessun balilla, ma neppure una riproposizione del trash politico berlusconiano e del suo dettame da self-made man. Passate il termine: è un democristianismo populista. Forte a parole, gattopardesco nei mezzi. Non cambiare nulla, per poter cambiare tutto. Alla ricerca del consenso generale: degli elettori, dei grandi possidenti dell’economia italiana, dei mercati internazionali, delle istituzioni europee ed atlantiche. Tenere assieme quelli che spingono per una (contro)rivoluzione e coloro che predicano la stabilità assoluta dello status quo: ecco il segreto della longevità del governo.
Per poter realizzare – e lo si sta facendo già – questo obiettivo la strada non è facile, quindi bisogna essere accorti. Una grande riforma farebbe temere per la stabilità, mentre predicare apertamente l’immobilismo deluderebbe i propri elettori. Sugli elettori altrui, di solito, c’è poco da preoccuparsi: si dividono, o non vanno alle urne, o la loro delusione si trasforma in voto di protesta. Se guardiamo ai flussi elettorali, i voti della destra italiana sono grossomodo gli stessi, solo che fanno i vasi comunicanti passando da un partito all’altro: Polo della libertà, Lega, Fratelli d’Italia. La gara più intensa è quella interna alla destra, non verso l’esterno: ecco perché mantenere sempre alti i toni, da campagna elettorale, anche se si è al governo da tre anni.
Così, botte piena e moglie ubriaca, la scelta del governo Meloni è stata quella della riduzione della legislazione – operazione condotta in Parlamento, operosa e dibattuta, perciò rischiosa – in una serie di atti d’amministrazione, con un abnorme numero di decreti (senza la situazione d’emergenza che sarebbe necessaria) e una serie di interventi minori (retorici o tecnici, per dirigere l’opinione pubblica o per indirizzare i funzionari) finalizzati al cambiamento, per così dire, sottotraccia.
Esempi perfetti sono la storia del DDL 1660 e il caso Almasri. Il DDL (disegno di legge, un atto parlamentare) stava suscitando polemiche vivaci anche al livello del Quirinale, quindi è stato “impacchettato” e trasformato in decreto – il decreto «Sicurezza», appunto: un atto di governo – e reso così immediatamente operativo. Il capo dello Stato ha solo un po’ limato alcuni aspetti, mentre il Parlamento è stato tranquillamente scavalcato, non senza alcune lamentele nella stessa maggioranza parlamentare. Il caso Almasri rappresenta invece un caso gestito esclusivamente dall’esecutivo, non solo nella fase operativa – il che sarebbe ovvio – ma anche nella fase di accountability, cioè quando poi il governo doveva rispondere del proprio operato – aver liberato un ricercato internazionale contravvenendo al Trattato di Roma – al Paese. Ecco allora i ministri giustificarsi con versioni che si smentiscono a vicenda, e la presidente del Consiglio che interviene solo per attaccare la magistratura.
Morale della favola: gli eletti di maggioranza sono trattati come pedine che possono partecipare, ma fino a un certo punto. Regola generale: basta che non diano fastidio.
Praticamente parlando
Puntellare, non sradicare. Contenere, non annichilire. Questo è il metodo di governo attuale. Dato che ora questo articolo potrà essere accusato di opposizione a priori, ne darò alcuni esempi concreti.
Partiamo del versante sicurezza. La situazione complessiva non ha visto grossi cambiamenti, mentre sono stati inglobati sotto il termine «sicurezza» nuovi dispositivi di repressione del dissenso. Non è nulla di mastodontico: qui un aumento di pena, lì una criminalizzazione di un illecito amministrativo, con contorno di nuove denunce d’ufficio. Il dissenso è ufficialmente scoraggiato nelle procedure burocratiche e di polizia, senza che la Repubblica italiana diventi una dittatura. Lo stesso dissenso è dileggiato e messo alla berlina dai membri del governo, in modo da creare l’ambiente culturale ufficiale ottimale per l’attuazione delle nuove misure.
Ancor meno cambiamenti sul fronte migrazioni, anzi: record di arrivi in Italia, blocco navale ovviamente mai creato. (Per fortuna: un atto di guerra contro Paesi mediterranei sulla pelle di disperati profughi.) Eppure, l’equiparazione del trattamento riservato ai rinchiusi nei CPR a quello riservato per i detenuti nelle carceri o il caso dei centri in Albania sono i soli atti effettivi del governo per regolare l’immigrazione. Una sregolazione, decisamente più utile a livello elettorale che per sistemare le cose.

Dei punti oscuri si vedono nella gestione di dossier delicati, quali l’affaire Almasri già citato o il caso Paragon, che di fatto ha dimostrato l’esistenza di programmi di sorveglianza della società civile al di fuori del lavoro della magistratura. Punti oscuri che il governo ha preferito gestire per sé, in camera caritatis, piuttosto che nei luoghi del dibattito pubblico – in primis, di nuovo, il Parlamento. (La giustificazione del segreto di Stato regge fino a un certo punto: davvero può giustificare il silenzio su operazioni così al limite?) Una tolleranza per procedure rese non così trasparenti che fa il paio con l’intolleranza verso la magistratura, osteggiata nella retorica e discreditata ad ogni occasione, anche per gli atti che rientrano nel suo ordinario lavoro.
Ma il vero apice arriva nell’amministrazione del sistema universitario – che conserva una propria autonomia dall’esecutivo e dalle maggioranze politiche, creando un fortino a parte di poteri che però dipendono economicamente tanto dal governo. Ecco quindi, anche qui, l’attacco retorico – il più recente, quello della ministra Bernini contro i rettori troppo morbidi verso le occupazioni – ed il contenimento del dissenso in maniera silenziosa. Ovvero, attraverso le proposte antisessantottine della commissione governativa per la riforma universitaria.
Proposte come la nomina dei rettori da parte del governo, l’allungamento del loro mandato da sei a otto anni e la cancellazione del limite di un solo mandato. Oppure come l’inserimento di criteri “meritocratici” per il finanziamento pubblico (problema: se il territorio è povero di opportunità, quanto può essere responsabilità della sola università?) e il tentativo di porre l’ANVUR sotto il controllo diretto del Ministero dell’Università e della Ricerca. (L’articolo 31 del decreto Sicurezza è saltato per intervento del presidente Mattarella, ma forse sarebbe stato l’atto più preoccupante perché meno esplicito.)
Giudicare il contenimento
Le grandi riforme annunciate – presidenzialismo, autonomia differenziata, “porti chiusi” eccetera – sono state ridimensionate, abbandonate o giudicate contrarie alla Carta costituzionale. Ma forse non servono così tanto. Non serve nemmeno un fascismo Ventennio-style, decisamente appariscente. E poi, a ben vedere, non è che il duce abbia fatto una bella fine, né la sua Italia. Se un governo con un consenso legale può operare un contenimento del dissenso per via amministrativa, presentandosi credibile per gli attori politici ed economici di rilievo e assieme per gli elettori, che bisogno c’è di fare rumore?
Si potrebbe parlare anche del mondo del lavoro, precarizzato col decreto «Lavoro», indebolito con la riduzione dei sussidi e attaccato nel discorso ufficiale tramite le faide coi sindacati. Oppure si potrebbe parlare della guerra ai poveri, che non esplode in conflitto sociale perché – come certifica Confindustria – la crescita economica è trainata dai fondi del PNRR. Insomma, si prenda un qualsivoglia argomento, la prassi è sempre quella: 1) adottare uno stile aggressivo, 2) creare un’opinione pubblica polarizzata, 3) adottare provvedimenti spesso per via governativa – decreti, circolari, ordinanze – che possano “arginare” il problema, senza toccarne le cause effettive né mettere mano a grandi riforme di legge. Che si sostenga il governo Meloni o lo si avversi, questo modus operandi sembra sempre più una realtà fattuale: è – in questa veloce ricostruzione, che il futuro potrà anche smentire – il metodo con cui si è potuto dare all’Italia un governo stabile, senza che la Penisola se ne accorgesse più di tanto. Abbastanza per produrre polarizzazioni, troppo poco per produrre cesure storiche.
Per quanto potrà durare? Vediamo dei casi: mentre questo articolo veniva scritto, è uscito il report annuale del ministro dell’Interno Piantedosi al Parlamento. Un report governativo che certifica il fallimento delle politiche di sicurezza. Oppure: l’aumento certificato dei poveri assoluti, l’aumento degli occupati nelle fasce più adulte delle popolazione (a discapito dei più giovani, che questi adulti dovranno mantenerli da pensionati), i salari stagnanti, l’assoluto rifiuto di introdurre una riforma fiscale progressiva che tocchi i grandi patrimoni. Temi caldissimi, ognuno a suo modo di portata storica, in grado di cambiare per anni milioni di vite: temi lasciati sprofondare nell’orizzonte delle politiche. Insomma, la risposta non la possiamo avere: però possiamo sperare che non sarà doloroso scoprirlo.




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