Giovani senza centro: l’ansia sociale che genera pressioni e svuota l’identità.
- Massimiliano Graziano
- 4 giorni fa
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C’è una stanchezza silenziosa che attraversa molti giovani di oggi. Non sempre si vede, non sempre esplode, e spesso non ha nemmeno un nome preciso. È una sensazione continua di pressione, di inadeguatezza, di smarrimento. Una specie di ansia di fondo che accompagna la quotidianità come un rumore costante. Non riguarda soltanto chi soffre di disturbi psicologici diagnosticati: riguarda un’intera generazione cresciuta dentro un mondo che chiede di essere sempre all’altezza, sempre performante, sempre presente.
Negli ultimi anni il disagio mentale giovanile è cresciuto fino a diventare uno dei fenomeni sociali più discussi a livello globale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 14,3% degli adolescenti tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale, mentre ansia e depressione rappresentano tra le principali cause di sofferenza e disabilità tra i giovanissimi. 1 https://www.who.int/es/news-room/fact-sheets/detail/adolescent-mental-health
Da queste ne deriva una delle più tragiche conseguenze, il suicidio, oggi la terza causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni.
Questi numeri assumono un peso ancora maggiore se osservati nel contesto occidentale e, in particolare, italiano. Negli ultimi anni diverse indagini sociologiche hanno mostrato un aumento significativo del disagio psicologico giovanile. Il rapporto del Censis del 2024 evidenzia che oltre il 50% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni dichiara di soffrire di ansia o sintomi depressivi, mentre circa un terzo afferma di aver sperimentato attacchi di panico.
L’ansia giovanile contemporanea non nasce soltanto da vulnerabilità individuali; è il riflesso psicologico di un modello sociale che ha progressivamente trasformato la vita in una prestazione continua. La società neoliberale contemporanea non impone semplicemente di lavorare: impone di costruire sé stessi come progetto permanente. Ogni individuo è chiamato a essere efficiente, interessante, attraente, competitivo, emotivamente intelligente, produttivo e socialmente desiderabile. Non esiste più una distinzione netta tra identità e performance: si diventa ciò che si riesce a mostrare.
I social media hanno radicalizzato questo processo in maniera senza precedenti.
Ogni giorno milioni di giovani scorrono centinaia di immagini che mostrano corpi perfetti, successi professionali precoci, vite apparentemente realizzate, relazioni idealizzate e felicità costante. La dimensione più tossica di questo meccanismo non sta tanto nella falsità delle immagini — di cui molti sono consapevoli — quanto nella loro continuità per cui il confronto non si interrompe mai.
In questo senso, la contemporaneità sembra aver realizzato in forma estrema una delle intuizioni più lucide di Luigi Pirandello secondo cui l’individuo non possiede un’identità unica e stabile, ma è costretto a vivere intrappolato nelle immagini che gli altri costruiscono di lui, dietro quelle famose maschere in cui si celano le più disparate versioni di Vitangelo Moscarda.
L’adolescenza e la giovinezza, storicamente, sono sempre state fasi fragili dell’esistenza. Ma oggi questa fragilità si sviluppa dentro un ambiente iperstimolato, competitivo e algoritmico.
Sostanzialmente, la tecnologia produce un fenomeno paradossale: aumenta continuamente la connessione sociale, ma riduce gli spazi di elaborazione interiore. I giovani contemporanei sono costantemente esposti allo sguardo altrui e sempre meno abituati al silenzio, all’introspezione, alla costruzione lenta della propria identità.
Il problema dell’identità, infatti, è centrale. Molti giovani crescono in una società che ha demolito quasi tutte le strutture collettive tradizionali senza riuscire a sostituirle con qualcosa di stabile. Per gran parte del Novecento l’identità individuale si costruiva attraverso appartenenze relativamente solide: il lavoro, la famiglia, la religione, le ideologie politiche, la comunità territoriale. Oggi queste coordinate si sono progressivamente indebolite. Le relazioni sono più liquide, i percorsi lavorativi più precari, le appartenenze più frammentarie.
Il sociologo Zygmunt Bauman definiva questa condizione “modernità liquida”: una società in cui nulla riesce più a mantenere una forma durevole. In un contesto simile, anche l’identità smette di essere qualcosa di stabile e diventa un processo continuo di adattamento.
L’individuo contemporaneo è costretto a inventarsi continuamente da sé.
Questa apparente libertà assoluta, però, produce spesso smarrimento. Quando ogni strada è teoricamente possibile, diventa molto più difficile capire quale direzione scegliere, soprattutto in età giovanile
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha parlato di “società della prestazione”. Secondo Han, l’individuo contemporaneo non è più oppresso principalmente da divieti esterni, ma dalla necessità incessante di auto-realizzarsi. Ognuno deve continuamente costruire, migliorare e valorizzare sé stesso. L’identità diventa così un progetto infinito, mai concluso, sempre esposto alla possibilità del fallimento.
La società contemporanea, infatti, celebra l’autodeterminazione individuale, ma scarica sull’individuo il peso totale del fallimento. Se non riesci a realizzarti, se non sei felice, se non hai successo, il problema sembra essere soltanto tuo. È qui che l’ansia smette di essere una semplice emozione e diventa una condizione esistenziale permanente.
Nel frattempo, il futuro stesso ha cambiato significato. Per gran parte del Novecento il domani rappresentava una promessa di progresso; oggi appare spesso come una minaccia. La crisi climatica, le guerre, l’instabilità geopolitica, l’inflazione, il costo della vita e la precarizzazione del lavoro alimentano una sensazione diffusa di vulnerabilità permanente. Molti giovani non riescono più a immaginare il futuro come uno spazio di costruzione, ma soltanto come qualcosa da attraversare con fatica.
Questa insicurezza costante produce anche una trasformazione emotiva più profonda: la perdita del senso di continuità. Senza stabilità economica, relazionale o simbolica, diventa difficile costruire una narrazione coerente di sé stessi. La conseguenza è una forma di vuoto identitario sempre più diffusa. Non un vuoto spettacolare o drammatico, ma una sensazione cronica di frammentazione. Ci si sente continuamente esposti, continuamente osservati, continuamente valutati, ma raramente davvero riconosciuti.
Il paradosso della contemporaneità è forse tutto qui: i giovani non sono mai stati così visibili e mai così invisibili allo stesso tempo.
Dietro l’ansia contemporanea non c’è soltanto paura. C’è soprattutto un enorme bisogno di significato, di appartenenza, di autenticità. Il desiderio di essere qualcosa di più di un profilo, di una performance, di un’immagine costantemente esposta al giudizio. Forse il vero disagio delle nuove generazioni nasce proprio da questo: dal tentativo di trovare un’identità reale in un mondo che spinge continuamente a trasformarsi in rappresentazione.
A questa crisi identitaria si accompagna un’altra forma di impoverimento, meno evidente ma altrettanto decisiva: la progressiva erosione della capacità di stare soli. La contemporaneità ha trasformato il silenzio in qualcosa di quasi intollerabile. Ogni momento vuoto viene immediatamente riempito da notifiche, contenuti, stimoli, conversazioni digitali. La connessione permanente produce l’illusione di una presenza continua degli altri, ma spesso impedisce un autentico confronto con sé stessi.
L’essere umano, però, costruisce la propria identità anche attraverso l’assenza, la riflessione, il tempo lento. Senza spazi interiori diventa difficile elaborare emozioni, desideri, paure. Il rischio è quello di sviluppare un’identità interamente reattiva, modellata dagli stimoli esterni e incapace di esistere autonomamente. Molti giovani contemporanei crescono così in una condizione di sovraesposizione emotiva: vedono tutto, assorbono tutto, reagiscono continuamente, ma raramente riescono a trasformare questa massa di informazioni in consapevolezza profonda.
La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente accelerato questi processi. L’isolamento sociale, la didattica a distanza, la perdita di rituali collettivi e la sospensione della normalità hanno inciso profondamente sul benessere psicologico delle nuove generazioni. Per molti adolescenti e giovani adulti, anni decisivi per la costruzione dell’identità sono stati vissuti in condizioni di frammentazione sociale e iperconnessione digitale. Non sorprende che proprio dopo la pandemia il tema della salute mentale sia esploso con tanta forza nel dibattito pubblico.
Tuttavia il rischio è che il disagio giovanile venga interpretato esclusivamente in chiave individuale o terapeutica. Naturalmente il supporto psicologico è fondamentale, così come il riconoscimento della salute mentale come tema centrale e non marginale. Ma sarebbe riduttivo pensare che il problema possa essere risolto soltanto attraverso percorsi individuali di adattamento. Il malessere contemporaneo ha radici strutturali, culturali e sociali molto più profonde.
Si deve lavorare affinché ai giovani non venga più chiesto solo di essere ma anche di viversi.




Grazie al Professor Graziano, sempre attento e sensibile alle tematiche che coinvolgono i giovani, per aver condiviso un’analisi sociale attuale, approfondita e dettagliata, che esamina con grande capacità introspettiva le caratteristiche della società moderna e le problematiche che diffonde, soprattutto all’interno della Generazione Z. La continua ricerca della perfezione, del successo e dell’approvazione sociale, così come il desiderio di apparire sempre attraenti e desiderabili, può nuocere in modo significativo la salute mentale dei ragazzi di oggi, rischiando di compromettere il futuro sociale ed economico del Paese. Può risultare pertanto necessario, con una vision volta al futuro, educare i giovani già in ambito scolastico a un utilizzo consapevole dei social media, anche approfondendo materie filosofiche, che da sempre contribuiscono alla comprension…